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martedì 18 settembre 2007

I nuovi israeliani? Da Asia e Africa

Alberto Stabile, la Repubblica, 17/09/07. GERUSALEMME - Verrà dai discendenti delle Tribù perdute il soccorso all´Alyah da qualche tempo in difficoltà? A giudicare dai dati in possesso del Ministero dell´Interno, mentre continua il saldo negativo tra quanti arrivano in Israele e quanti se ne vanno in cerca di fortuna altrove, decine di migliaia sparsi ai quattro angoli della Terra aspettano di vedersi riconosciuti come ebrei per poter compiere la "salita", l´Alyah, appunto, nella Terra Promessa.
Diciamolo francamente: non sono tempi di vacche grasse, questi, per l´immigrazione in Israele, uno dei pilastri su cui si basava, ieri, il progetto sionista ed, oggi, la bilancia demografica dello Stato ebraico. L´anno appena concluso ha confermato il declino degli arrivi, 18.753 nel 2006-2007 contro i 20.050 del 2005-2006. Ma, soprattutto, sono di più quelli che emigrano, 30 mila lo scorso anno, la maggioranza dei quali giovani laureati, tecnici, scienziati in cerca di migliori opportunità all´estero. Fuga dei cervelli.
E poi c´è il fenomeno dei naziskin, fanatici e violenti (ultimo episodio, nel fine settimana una sinagoga di Dimona, nel Negev è stata imbrattata di svastiche e scritte naziste) che ha spinto a guardare un po´ meglio dentro la nebulosa della grande immigrazione che negli ultimi anni è stata soprattutto dall´ex Unione sovietica, per scoprire ciò che già si sapeva. E cioè che la maggioranza degli immigrati dalla Russia, non sono ebrei o per lo meno, pur avendo diritto alla cittadinanza, il loro ebraismo non è certo.
Ma ecco che, a riequilibrare parzialmente questi dati poco edificanti, si scopre che, secondo il Ministero dell´Interno, a decine di migliaia, e letteralmente dai quattro angoli della terra, desiderano essere riconosciuti come ebrei per poter emigrare in Israele. Il titolo, per così dire, che molti presentano è una lontana e tutta da verificare discendenza con le cosiddette Tribù perdute. E qui basti dire che le leggende sulle Tribù scomparse risalgono alla morte di Re Salomone (930 a. c.) quando il regno d´Israele fu diviso in Regno del Nord, che comprendeva 10 tribù (Ruben, Simone, Asher, Gad, Zebulon, Efraim, Manasse, Dan, Naftali, Issachar) ed il regno del Sud, con due sole tribù, quelle di Giuda e di Beniamino. Il regno del Nord fu conquistato e distrutto dagli Assiri nel 722 a. C. e la sua popolazione esiliata e dispersa nei territori dell´impero. Mentre gli appartenenti alle due tribù del regno del Sud subirono una sorte migliore: furono esiliati dai Babilonesi ma Ciro il Grande, fondatore dell´Impero persiano, ne permise il ritorno. Gli ebrei di oggi (detti anche giudei) sono in gran parte discendenti delle tribù di Giuda e Beniamino, regno del Sud. Ma chi sono questi potenziali candidati ad usufruire della legge del ritorno?
Per quanto riguarda l´Africa, essi provengono dalla Nigeria, dove alcune migliaia di membri della tribù Ibo rivendica di discendere dalla Tribù perduta di Gad, al Sud Africa, dove 70 mila appartenenti alla tribù Lemba dichiara di avere tratti genetici simili alla stirpe sacerdotale dei Cohaim. Dall´Uganda, dove 600 mila Abayudaya (qualche traccia nel nome?) hanno mantenuto tradizioni ebraiche negli ultimi 90 anni, all´Etiopia dove si sono fatti avanti 15 mila Falashmura, discendenti degli ebrei etiopi (Falashà, già emigrati in Israele negli anni ‘80) convertiti al cristianesimo.
Ma richieste di vagliare l´eventuale discendenza ebraica vengono anche dall´India (i cosiddetti figli di Menashe), dalla Cina e dal Sud America, dove, a fronte della sparuta comunità di Iquitos, in Perù, consistente solo in poche centinaia di persone, cominciano a farsi avanti i discendenti dei marrani, (ebrei costretti a convertirsi al cristianesimo) del Brasile, da un milione a dieci milioni. Senza tralasciare l´Europa (marrani spagnoli e portoghesi) e la Russia: i Sobotniks, discendenti da una comunità cristiana pravoslava, che all´inizio dell´800 decise di osservare il sabato secondo le regole ebraiche, da cui il nome.
Da notare che la maggior parte di questi potenziali immigrati provengono da paesi del terzo Mondo o da regioni coinvolte nel crollo dell´ex Impero russo. Sono, cioè, persone che, oltre alla spinta religiosa, o d´identità, sono alla ricerca di una soluzione "messianica" alle loro difficili condizioni materiali e di vita. In questo sforzo sono incoraggiati da un certo numero di organizzazioni private che sono interessate, chi per motivi laici, come il tentativo di equilibrare la bilancia demografica tra popolazione ebraica e popolazione araba, chi per motivi di fede a ritrovare le tracce delle cosiddette Tribù perdute. Ma sarebbe esagerato parlare di un fenomeno che coinvolge la società israeliana.

mercoledì 5 settembre 2007

Il premier Fayyad avverte Roma "Con Hamas non si può negoziare"

Marco Ansaldo, la Repubblica.it, 04/09/07. Il primo ministro dell'Anp replica alle aperture di D'Alema e Prodi: "Sbagliano". "Portare avanti il dialogo solo con il governo palestinese legittimamente eletto"

Ramallah - "Prodi e D'Alema sbagliano. Non si può negoziare con Hamas. Perché l'interlocutore per un dialogo è solo il governo legittimamente eletto in Palestina. E quello siamo noi, e non altri".
Salam Fayyad è nuovo negli uffici governativi di Ramallah, ma la sua voce si fa già sentire.

Il primo ministro dell'Autorità nazionale palestinese (Anp) è a capo di un esecutivo di emergenza, non è un politico di professione. Ma la sua formazione di tecnocrate - Fayyad è un economista laureato all'Università americana di Beirut - gli consente anzi di guardare altrove, alzando la polvere che giace da anni sotto i tappeti della Muqata, il palazzo presidenziale un tempo abitato da Yasser Arafat, per spulciare nientemeno le carte finanziarie del raìs. E se un giorno si scopriranno alcuni retroscena del tesoro di Arafat, sarà grazie a questo serio signore con i capelli bianchi e gli occhiali dalla montatura leggera, capace di leggere i numeri come nessun altro ha mai fatto qui.

Signor primo ministro, lei ha appena incontrato il ministro degli Esteri italiano Massimo D'Alema, che oggi ha ribadito l'appoggio a Fatah ma nelle scorse settimane si era anche detto favorevole a un dialogo con Hamas. È d'accordo con questa posizione?
"Ho sentito anche le dichiarazioni fatte alcune settimane fa dal presidente del Consiglio, Romano Prodi. E devo dire che la mia posizione in questo senso è netta. Chi vuole impostare un negoziato con Hamas è in errore".

Perché?
"Perché il dialogo deve essere portato avanti con una parte sola, e questa siamo noi: il governo palestinese legittimamente eletto".

L'Italia sostiene però che per arrivare alla pace occorre un patto tra Fatah e Hamas, e che non si può trovare un accordo solo con metà dei palestinesi.
"Io sostengo che Hamas deve innanzitutto far cessare quello che accade ogni giorno a Gaza. Nella Striscia c'è una situazione orribile e pericolosa. Se qualcuno ha un'idea diversa sono pronto a discutere, ma a condizione di far terminare le difficoltà in quell'area. Per parlare bisogna prima rispettarsi a vicenda".

E lei che considerazione ha di chi oggi governa la Striscia?
"La mia intenzione più forte in questo momento è quella di contrastarli. Vadano al diavolo, noi non siamo come loro! Per esempio, chi dice che dovremmo sottoscrivere un messaggio di odio che viene dalle moschee? Eppure anch'io sono un musulmano. Ma non accetto che questa sia la faccia che tutto il mondo vede degli islamici".

Voi che cosa offrite in alternativa?
"Noi abbiamo un'alternativa. Offriamo una visione piena e integrata della questione palestinese, e sono fiducioso che Gaza verrà reintegrata con la Cisgiordania".

In pratica che cosa propone?
"Di eliminare, al meglio e al più presto, i danni sofferti dalla Palestina negli ultimi due anni, sia a livello finanziario sia istituzionale".

E il negoziato con Israele?
"I piccoli miglioramenti in corso non devono nascondere la realtà: noi dobbiamo ottenere la nostra libertà. E da sola, l'economia non può fare tutto".

Che cosa vuol dire?
"Che il mio governo ha avuto successo nel far terminare le restrizioni bancarie e la difficile situazione economica degli ultimi anni. Tutti i salari di tutti gli impiegati sono stati pagati. Ma non basta. La questione con Israele è politica. Ci sono quasi 600 posti di blocco in tutto il paese. È possibile giustificare ogni provvedimento solo con ragioni di sicurezza? A questi checkpoint si percepisce tutta l'umiliazione a cui è sottoposto il nostro popolo".

Che cosa può fare in questo senso l'Anp?
"Il mio è un governo di emergenza. Ma il presidente Abu Mazen mi ha chiesto di continuare a esercitare l'azione che stiamo portando avanti a più livelli. Questa amministrazione incontra i favori della maggioranza del popolo palestinese, come dicono tutti i sondaggi e gli studi fatti di recente. Hamas non deve dunque guardare all'Anp come a un partito: perché invece è la casa di tutti i palestinesi".

(4 settembre 2007)