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mercoledì 21 novembre 2007

Gerusalemme è e resterà israeliana

Michele Giorgio, il manifesto, 18.11.07. Come e perché il prossimo vertice convocato da Bush a Annapolis sarà una trappola in cui il presidente palestinese Abu Mazen andrà a cacciarsi. La città e la Cisgiordania isolati l'una dall'altra. Allo «Stato» di Palestina andranno solo alcuni quartieri etnicamente arabi. Per un antropologo prestato all'impegno politico come Jeff Halper la realtà non è di difficile intepretazione. E le previsioni sono quasi automatiche. L'incontro di Annapolis, previsto tra una decina di giorni, al quale l'amministrazione Bush attribuisce un potere taumaturgico, non solo non offrirà soluzioni in linea con il diritto internazionale ma si svolgerà in un percorso definito con largo anticipo da Israele. E' un tragitto, spiega l'esperto israeliano, volto a convincere la leadership palestinese a rinunciare alla Gerusalemme araba (est), occupata militarmente nel 1967, in cambio di una vaga sovranità su qualche rione o sobborgo della città abitato da palestinesi. «E' un progetto politico - spiega Halper, noto in Italia come coordinatore dell'Icahd (Israeli Committee Against House Demolitions) - che è partito subito dopo l'occupazione con la costruzione di insediamenti ebraici nella zona est dove ormai, dopo 40 anni, vivono circa 200mila coloni israeliani». Tuttavia, aggiunge l'antropologo, per annettere in via definita Gerusalemme est a Israele e mantenere la città a maggioranza ebraica non è sufficiente costruire gli insediamenti. «Nella ridefinizione dei confini che avevano e hanno in mente i dirigenti politici israeliani è necessario tagliare fuori dalla città quanti piu palestinesi possibile». Non soprende, aggiunge, «che i centri abitati palestinesi ad alta densità di popolazione siano stati escluse dai confini della linea rossa che definisce l'area sulla quale sta sorgendo la Grande Gerusalemme. In sostanza hanno annesso zone che un tempo non facevano parte di Gerusalemme e hanno estromesso aree che prima vi erano incluse».
A Annapolis il premier israeliano Ehud Olmert e i suoi collaboratori andranno decisi a strappare al presidente palestinese Abu Mazen quel «sì» che l'ex primo ministro Ehud Olmert non riuscì ad ottenere dal rais Yasser Arafat. Andranno negli Usa con in mente la Grande Gerusalemme, un progetto che passo dopo passo sta trasformando la città santa in una vera e propria regione inserita, come un cuneo, nel cuore della Cisgiordania, spaccandola in due.
«Quando si parla di Stato palestinese, uno Stato sovrano che può autosostenersi economicamente, ci riferiamo ad un territorio omogeneo, non a macchia di leopardo, collegato in tutte le sue parti da una rete stradale - aggiunge il geografo Khalil Tufakji, noto esperto palestinese di Gerusalemme -. Ci deve essere, ad esempio, una autostrada che metta in comunicazione il nord col sud della Cisgiordania, per il movimento di beni e persone, altrimenti non si può nemmeno parlare di un vero Stato». Tenendo conto della geografia, spiega Tufakji, il transito tra nord e sud della Cisgiordania si interrompe tra la colonia ebraica di Maale Adumim e Gerusalemme est. «In quel punto - prosegue - Israele sta costruendo un'area che si chiama "E1" e che chiude l'unico corridoio che hanno i palestinesi, costringendoli a passare per Gerusalemme per poter recarsi da nord a sud. In sostanza, i palestinesi in futuro saranno sotto costante controllo perchè per spostarsi lungo il loro territorio dovranno chiedere il permesso a Israele».
Il muro di separazione costruito intorno a Gerusalemme (181 km), spiega Tufakji, «è parte essenziale del progetto riguardante la zona "E1": da un lato delimita il territorio palestinese che Israele intende attennersi e dall'altro isola i 250.000 palestinesi di Gerusalemme est dal loro Stato e da Ramallah, la città più importante della Cisgiordania. Il muro garantisce inoltre l'annessione di tutti i blocchi di insediamento intorno alla città e la loro espansione sulle terre palestinesi confiscate durante la costruzione della barriera».
Il governo Olmert, incurante delle incerte e deboli obiezioni statunitensi, è deciso ad andare avanti e descrive il progetto per la zona "E1" come un passaggio necessario per garantire la «sicurezza» di Gerusalemme, tutta sotto sovranità israeliana, ad eccezione, come spiega Halper, delle aree densamente popolate da palestinesi. A fine settembre ha perciò rilanciato il progetto e ordinato la confisca delle terre palestinesi a ridosso di Maale Adumim che, grazie alla costruzione di altre 3500 case per coloni, si ritroverà collegata a Gerusalemme. Le confische riguardano di 110 ettari di terre di Abu Dis, Sawahreh a-Sharqiye, Nabi Mussa e Khan Ahmar, nei pressi di Gerusalemme est e sulla strada che porta a Maale Adumim. Così modo i palestinesi perderanno continuità territoriale con la valle del Giordano.
A lanciare il progetto "E1" è stato nel 1994 il «martire della pace» Yitzhak Rabin. Mentre ritirava il premio Nobel per la pace assieme a Yasser Arafat e all'allora ministro degli esteri Shimon Peres, il premier israeliano assassinato 12 anni fa da un estremista di destra ebreo, garantiva la crescita della colonie e l'annessione, in forma dilatata rispetto al 1967, della Gerusalemme palestinese. Il progetto "E1" venne congelato nel 2005 su pressione di Washington e non casualmente ha ripreso slancio proprio subito dopo l'annuncio dell'incontro di Annapolis fatto da George Bush. «L'espansione delle colonie nella regione di Gerusalemme, va a minare, anzi annientare gli sforzi di pace», ha dichiarato Saeb Erekat, negoziatore palestinese e stretto colaboratore di Abu Mazen. Tuttavia l'Anp non ha mai posto come condizione per andare ad Annapolis lo stop dei progetti israeliani a Gerusalemme e nei Territori occupati.
Abu Mazen ad Annapolis corre il rischio concreto di vedersi accusare, proprio come accaduto al suo predecessore Arafat a Camp David, di non aver accettato le «generose offerte» (il controllo di qualche rione arabo) presentate da Olmert su Gerusalemme e Cisgiordania (Gaza, strangolata dal blocco economico e militare, formalmente è un territorio che Israele ha restituito ai palestinesi). «Si sta scherzando con il fuoco perché questa terra determinerà se ci sarà o meno la pace - sottolinea Jeff Halper -. Israele ha il controllo di tutta Gerusalemme, dei confini, delle strade e dell'acqua. E stando così le cose come si potrà costituire uno Stato palestinese?».

venerdì 9 novembre 2007

Sympathy For The Devil?

The movement to free Yigal Amir and what it says about Israeli society. Michele Chabin, The Jewish Week New York, 9.11.07. Jerusalem — The assassin, now a proud daddy, was dressed in his prison uniform, his legs shackled but his hands free to cradle his infant son. On Sunday, 12 years to the day that he gunned down Israeli Prime Minister Yitzchak Rabin, Yigal Amir was celebrating his son’s brit in a tent set up on the grounds of the Rimonim Prison near Netanya, where he is serving a life sentence. The next day, every media outlet in the country showed images of Amir’s brother, Amitai, smiling and waving to supporters with his right hand and holding the bassinet with his left. (Photos of the killer were prohibited by prison officials.) Dressed in a button-down beige shirt and khaki pants, a kipa and tzizit (ritual fringes) hanging over his belt, the baby’s uncle looked like any proud Orthodox Jew welcoming a nephew (who was conceived during a conjugal visit) into the Jewish people. To the horror of Israeli government officials and many private citizens, sympathy for Yigal Amir appears to be gaining momentum in circles not considered ultra-right wing. The campaign, which has so far included demonstrations at the prison where Amir is confined for life; bumper stickers declaring “Free Yigal Amir” and the circulation of 150,000 copies of a video designed to pull at the heart strings of the Israeli public (now being widely distributed over the Internet), was begun — perhaps not coincidentally — less than a month before Prime Minister Ehud Olmert is expected to make territorial concessions to the Palestinians at the Annapolis summit conference. Oz Almog, a sociologist at Haifa University specializing in Israeli society, agrees that such views are “not a shame anymore and [have] become, particularly in religious circles, quite common. Let’s not exaggerate: this opinion is not held by most of the Israeli public. But if 12 years ago there was one Yigal Amir, today there are 1,000. This illustrates to what extent Israeli society is losing its moral character.”

mercoledì 29 agosto 2007

Half of IDF's New Combat Officers are Religious

Gil Ronen, IsraelNationalNews.com, 27/08/07. Half of the IDF's young combat officers are religious Jews, according to statistics published as the lead story Sunday in Maariv, Israel's second largest daily newspaper. The report also says that about 40% of the cadets of the most recent Officer Course in Bahad-1, the IDF's officer training school, were religious; this number refers to all officers, as opposed to just combat officers. "This says something very good about the sons of the religious Zionist movement," opines the writer of the piece, senior correspondent Ben Caspit. "They are becoming the IDF's backbone. Their presence in the army is several times larger than it is in the general population."

"They give their entire soul"
"Any way we look at it," he says, "it's about education." It is clear, Caspit states, that "the religious Zionist movement's educational institutions continue to disseminate values, Zionism, Judaism and mission orientation. The religious youth is mission-oriented. [It sets out to] conquer the hilltops, and then to conquer the military service and the officership."

The entry of the religious Zionists into the officer corps began after the Yom Kippur War, says Caspit, when Major-Generals Yair Naveh and Elazar Stern entered service, and "continues with the pre-military academies, which send a sizeable percentage of their graduates to the Officers'

"They do everything willingly, with their entire soul," Caspit says of the religious Zionist soldiers. Alongside them one finds, he claims, many youths from the socialist-agricultural moshav and kibbutz movements, as well as soldiers from new-immigrant and lower-income families who see the military as a chance for upward social mobility.

However, what Caspit refers to as "the First Israel" - the middle and upper classes - is no longer very visible among the officers. More and more of its sons either actively evade service, or opt for what he calls "a gray evasion" – the employment of various tricks to serve less time, serve closer to home, and without endangering themselves. "They find all the ways in the world to fool the system, to see the IDF as some foreign element which is meant to curtail their personal advancement, independent thought, private ambition and other legitimate aspirations of 21st century man."

Caspit sees this trend as a worrying one and calls for urgent action to raise the motivation of non-religious Israelis to serve and excel. He does not specify what this action might be.

Socio-political ramifications
Religious Zionists have often noted, in the course of political debates, that their youth plays a disproportionate role in the IDF, but secular Israelis have usually denied this. The article by Caspit, one of Israel's top journalists and the author of several books, including biographies of Binyamin Netanyahu and Ehud Barak, can be seen as an admission by a secular Israeli that the religious Zionists have been right on this subject.

The statistics are important for Israeli society because the IDF is seen as the nation's backbone and its pride. Since the State of Israel was founded it has had five native-born Prime Ministers, four of whom were from the military: Yitzchak Rabin, Netanyahu, Barak and Ariel Sharon. Rabin and Barak both served as IDF Chiefs of Staff, Sharon was a Major-General and Netanyahu was an officer in an elite unit that was commanded by his brother, Yoni, who was himself a military hero killed in the rescue of passengers from a hijacked Air France jet in Uganda in 1976. Thus, traditionally, service as combat officers goes hand in hand with leadership potential.

Another reason these statistics are significant is that many religious soldiers have been refusing orders to evict Jews from their homes in Judea, Samaria and Gaza. If half of the IDF's new officers are religious, this means that the refusal movement could indeed have a deep deterrent impact on the IDF and government when and if it decides to attempt additional pullouts from territory.

venerdì 20 luglio 2007

Israele, la pace si fa coi nemici

Arrigo Levi. La Stampa. 20/07/07. Nessuna vittoria in guerra, insegnava Rabin, avrebbe mai potuto assicurare per sempre la sopravvivenza dello Stato ebraico: ma solo la pace. E la pace, come disse per primo Dayan, la si fa con i nemici. Sperare contro ogni speranza. È lo slogan che ha accompagnato per tutta una vita chi d’istinto s’identifica anzitutto con le ragioni d’Israele, ma non ha mai ignorato o dimenticato che il conflitto israelo-palestinese è, più forse di ogni altro conflitto storico, uno scontro fra due ragioni.

Chi, in un tempo pur lontano della propria vita, giudicò che non valesse la pena di sopravvivere, per un ebreo scampato alla Shoah, se non fosse sopravvissuto lo Stato d’Israele appena allora creato, e che scelse quindi di vivere, per un tempo pur limitato, una vita da Israeliano in divisa in Israele in guerra, sa bene quanto sia difficile esprimere giudizi o dare consigli su quella che dovrebbe essere la politica del governo israeliano, senza essere cittadino d’Israele. Come giudicare da lontano quale sia la strada giusta da seguire per vanificare le minacce, che non sono mai cessate, al diritto d’Israele ad esistere, quando non è la tua vita ad essere in giuoco?

Ma chi ha cara, ora come sessant’anni fa, la sopravvivenza dello Stato ebraico, non può sottrarsi al diritto di giudicare, di suggerire o anche, come una volta mi è accaduto di argomentare in una «column» del Times in polemica con un amico americano, di «criticare Begin», se ciò ti sembra giusto nell’interesse d’Israele. Venire meno a questo dovere, che tale è, oltre che un diritto, sarebbe una colpa.

Sarebbe una colpa non smettere di interrogarsi su quale sia la via migliore da seguire per assicurare il futuro d’Israele. Ben sapendo che, alla fin fine, toccherà ovviamente solo ai cittadini israeliani di fare le loro scelte e che gli ebrei che hanno scelto, legittimamente, di continuare a vivere nella diaspora hanno il diritto di parola sulle decisioni d’Israele, ma debbono esercitare questo diritto con prudenza e rispetto per chi vede ogni giorno messa in dubbio la propria esistenza, l’esistenza dello Stato ebraico. La prudenza significa anche l’esercizio continuo e intenso della pratica di un dialogo con gli antagonisti storici d’Israele, con i nemici d’Israele, come contributo alla ricerca della giusta via.

Prudenza, ancora oggi, nel giudicare la condizione singolare in cui si trova Israele trovandosi di fronte non una ma due Palestine e due governi palestinesi: quello «moderato», disposto a riconoscere Israele, di Ramallah e di Abu Mazen, e quello estremista di Gaza e di Hamas, che ha troppe volte proclamato e praticato una politica della violenza, del terrorismo, del rifiuto d’Israele.

È una situazione singolare, ma non così priva di precedenti, come sembrano pensare alcuni, che non hanno forse seguito incessantemente e con la stessa passione da più di mezzo secolo le dure vicende del conflitto israelo-palestinese. Perché Israele ha sempre avuto di fronte due Palestine, anzi due mondi arabi; ha sempre dovuto sforzarsi di seguire una via capace di condurre alla pace che non fosse la via della guerra, imposta, subita, ma non ricercata; ha sempre dovuto sforzarsi di frantumare il «fronte del no» e di far scaturire dal suo interno personalità disposte a trattare. Perché, insegnava Rabin, nessuna vittoria in guerra avrebbe mai potuto assicurare per sempre la sopravvivenza dello Stato ebraico: ma solo la pace. E la pace, come disse per primo Dayan, la si fa con i nemici.

Di fronte al dibattito che si è oggi riacceso, in Occidente e in particolar modo in Italia, su chi sostiene che conviene non chiudere la porta a un negoziato anche con Hamas, e chi dice che questo vuol dire (ma è proprio così?) «tradire Israele» e condannare Abu Mazen, s’impone una scelta non facile, che va fatta attingendo anche alla sofferta memoria del passato. Lasciamo che questo lo giudichino, alla fin fine, gli Israeliani, che non hanno bisogno di troppi accesi difensori, perché sanno difendersi da sé, e lo hanno dimostrato.

Quello che, però, la memoria storica insegna, o così almeno a me sembra, è che non sarà mai la sola forza militare a salvare Israele, anche se la potenza militare israeliana è una precondizione necessaria della sopravvivenza dello Stato ebraico; e che la via del negoziato, con chiunque accetti, in qualsiasi modo e per qualsiasi via, pubblica o riservata, di incominciare a trattare con Israele, sia pur rinviando alla fine e all’ipotetico successo del negoziato il riconoscimento pubblico e finale d’Israele, rimane pur sempre una via giusta; anche se non è affatto garantito che porterà al successo.

Esplorare la possibilità di aprire questa via, per quanto appaia difficile, mi sembra giusto oggi, com’era giusto dieci o venti o trent’anni fa: tutti i governi israeliani del passato hanno sempre lasciato aperta o socchiusa la via del negoziato, con chiunque riconoscesse o non riconoscesse Israele, purché fosse disposto a negoziare con Israele. Arafat (l’avete dimenticato?) era un terrorista. L’Egitto e gli Stati arabi impegnarono tutta la loro forza per distruggere Israele. Per vie diverse e difficili, Israele trovò il modo di stabilire un confronto con questi nemici che volevano la sua fine. E questi sforzi non furono vani.

Il quadro odierno appare più complesso, perché la spaccatura tra pacifisti e guerrafondai palestinesi è più netta di quanto sia mai stata e perché al conflitto nazionale si è anche sovrapposta una conflittualità religiosa acuta, più che mai in passato. Ma il conflitto è lo stesso di sempre, e la grande maggioranza dei due popoli sembra ancora convinta che alla fine bisognerà rassegnarsi alla convivenza di «due Stati sulla stessa terra». Sulla carta, il compito affidato alla duttilità di Tony Blair, che è riuscito a far pace persino fra Irlandesi cattolici e protestanti, è apparentemente insolubile. Ma la storia è ricca di esempi di crisi insolubili risolte. Io dico: lasciamolo lavorare. Mettiamo a sua disposizione tutta la forza, economica, politica, ma anche militare dell’Europa unita, e quella di un’America che sta riconoscendo i limiti della sua potenza, e cercando nuove vie per far pace col mondo arabo e islamico.

E non gli stiamo troppo alle costole con pubbliche dichiarazioni (ho dei dubbi sull’utilità della pubblicazione del documento dei dieci ministri europei, o anche di pubbliche prese di posizione di singoli ministri europei, anche se, sicuramente, ben intenzionati).

Sperare contro ogni speranza. È lo slogan che ha accompagnato per tutta una vita chi d’istinto s’identifica anzitutto con le ragioni d’Israele, ma non ha mai ignorato o dimenticato che il conflitto israelo-palestinese è, più forse di ogni altro conflitto storico, uno scontro fra due ragioni. Esprimo concetti che vado ripetendo da sempre, e che mi hanno guidato in ripetute ricerche della via del dialogo e della pace. Mi dà forza sapere quanti amici israeliani che stimo condividono questi sentimenti.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=3287&ID_sezione=&sezione=