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mercoledì 5 settembre 2007

Il dossier sul caso dell’omicidio di Abir Aramin è stato chiuso


Nurit Peled Elhanan, Hawiyya, 10/08/07. I soldati di Israele sono chiamati a sacrificare bambini, genitori, volontari e qualche volta se stessi sull’altare di insolenti e corrotti Capi dello Stato, che sono riusciti a trasformare questo Paese intero in un altare su cui sacrificano i figli di altre persone al dio della morte. Bambini, feti, neonati vengono quotidianamente buttati a sangue freddo nel regno dei bambini morti che cresce ininterrottamente sotto i nostri piedi. E nessuno è colpevole delle loro morti; nessuno viene mai punito per l’assassinio di un bambino palestinese. lo Stato si prende cura di quelli che lo servono, qualche volta. Altre volte sacrifica persino loro, con lo stesso sangue freddo e per le stesse ragioni.

E gli assassini? Che ne è di loro? Sanno di aver commesso dei crimini? Si girano e si rigirano nei loro letti la notte? Sono tormentati dalle immagini dei piccoli corpi che si contorcono e cadono sotto i loro proiettili, bombe e granate? Probabilmente no. Non conosciamo nessun caso in cui qualche soldato si sia costituito ed abbia espresso rimorso per le sue azioni. Questo è il più grande successo del sistema educativo israeliano: la distinzione tra sangue e sangue, tra bambino morto e bambino morto, e inculcare la credenza certa che l’assassinio dei palestinesi e dei loro amici non è un crimine.

Chiunque si arruoli nell’esercito sa questo ed è preparato a questo. Metà della nazione! Quanti milioni ci sono in metà nazione? Quanti milioni di giovani uomini e giovani donne se ne stanno semplicemente impassibili di fronte al pianto di un bambino, all’agonia di una donna in travaglio, agli appelli di un vecchio e alla morte di migliaia di persone innocenti? Quanti milioni di persone non hanno mai imparato a rifiutare ordini così platealmente inumani anche se legali, secondo le leggi razziste del loro Paese, e a dire no ai capi corrotti e ai generali assetati di sangue?

Ben fatto, Forze di Difesa Israeliane! Ben fatto, educazione Ebraica Israeliana, che è riuscita quasi perfettamente ad inculcare i valori del razzismo quasi senza alcuna opposizione.

E se mio figlio Yigal volesse davvero partecipare ai programmi militari che vengono imposti agli studenti delle scuole superiori a partire dal terzo anno, o, Dio non voglia, arruolarsi nell’esercito di occupazione e sevizie, vedrei questo come un tremendo fallimento dell’educazione. Un terribile fallimento del compito materno. E se io non faccio tutto quello che posso per evitare che lui, a diciotto anni, diventi un assassino o un cadavere, so di avere tradito lui e la mia vocazione di madre.



Come è triste arrivare alla constatazione che il numero di quelli che si rifiutano di prestare il servizio militare nell’esercito di occupazione è così basso che di fatto non ha nessuna conseguenza sulla motivazione dei ragazzi israeliani ad indossare l’uniforme della brutalità.

Il professor Stewart Cohen dell’Università di Bar Ilan ci consola dicendo che la “responsabilità” sta nell’aumento del numero degli Ultra-Ortodossi che non prestano servizio e ci informa che l’esercito degli Stati Uniti sarebbe stato felice di un numero di renitenti così basso, durante la guerra del Vietnam. Può darsi che faremmo qualcosa di buono imparando dagli americani degli anni 60, o persino dagli Ebrei Ultra-Ortodossi che temono per la vita dei loro figli.

Quando l’ampiezza del fenomeno di renitenza alla leva divenne noto, sono stata invitata al programma di Oded Shahar, “Politika”, come madre che non permette che suo figlio (che ha ora 15 anni) entri nell’esercito. Esclusa io, venni informata nel corso di una reiterata campagna di persuasione, venivano invitati solo uomini, la maggior parte di loro generali propagandisti della guerra come Effie Eitam e Yossi Peled. Dopo che venni convinta che la mia partecipazione al programma sarebbe stata importante e decisiva, accettai. La ricercatrice mi chiese come mai io non avrei permesso a mio figlio di arruolarsi. Le spiegai che l’esercito, da quarant’anni implicato in sistematiche e crescenti violenze sulla popolazione civile, (violenze che persino il coraggioso giornalista Gideon Levy chiama con il nome stranamente addolcente di “operazioni di polizia”), un esercito che insegna ai suoi soldati che uccidere i bambini palestinesi e quelli che li proteggono come Rachel Corrie e James Miller, non è un crimine, un esercito i cui comandanti sono immuni da qualsiasi punizione nonostante commettano quotidianamente crimini contro l’umanità, non è un luogo adatto a mio figlio, che è stato cresciuto per amare le persone, che ha amici palestinesi, i cui fratelli e genitori hanno amici palestinesi che subiscono lo stesso regime di terrore e di sofferenza quotidiana. Dopo mezz’ora mi è stato detto che nonostante il mio contributo fosse decisivo non c’erano abbastanza posti sul palco.

Pochi giorni dopo in un notiziario ci venne data la notizia solitaria e isolata che il dossier sull’omicidio di Abir Aramin, la figlia di Salwa e Bassam Aramin, era stato chiuso. Bassam è uno dei fondatori del movimento Palestinese-Israeliano, Combattenti per la Pace, di cui sono membri i miei figli Elik e Guy. Bassam Aramin ha passato 9 anni in carcere a causa della sua appartenenza a Fatah nella zona di Hebron e per aver cercato di tirare una granata contro una jeep dell’esercito israeliano, che stava pattugliando nei Territori Occupati. Un martedì pomeriggio, il 16 gennaio 2007, un soldato israeliano ha ucciso sua figlia di 9 anni, Abir, sparandole in testa mentre usciva da scuola per tornare a casa. Il soldato non passerà neanche un’ora in prigione. In Israele i soldati non vanno in prigione per aver ucciso degli Arabi. Mai. Non importa che gli Arabi siano giovani o vecchi, terroristi reali o potenziali, dimostranti pacifici o lanciatori di pietre. L’esercito non ha condotto un’ inchiesta sulla morte di Abir Aramin. Né polizia né tribunale hanno interrogato nessun altro oltre la sorella di Abir, che la teneva per mano quando è caduta. Alla sorella è stato chiesto per molte volte e poi ancora a quanti metri di distanza si trovavano dal cancello della scuola, dal chiosco, dalla jeep? (?!?!) A quanti metri? (?!?!?) Non te lo ricordi? (?!?!?) Non c’è stata alcuna indagine eccetto quella fatta da Bassam e dai suoi amici, che sanno esattamente chi è l’assassino.
Ma poiché le forze di occupazione sono coinvolte, lo sparo non c’è stato. La versione ufficiale dell’esercito sulla sua morte è che potrebbe essere stata colpita da un sasso che una delle sue compagne di classe stava lanciando contro le “nostre forze”. Questo senza tenere in alcun conto i risultati ottenuti da un noto patologo, che ha lavorato per molti anni in un istituto di medicina legale.

Una delle accuse contro i renitenti è che hanno smesso di credere in “valori” come il sacrifico. Il sacrificio di chi, esattamente? Su quale altare? A quale dio? I soldati di Israele sono chiamati a sacrificare bambini, genitori, volontari e qualche volta se stessi sull’altare di insolenti e corrotti
Capi dello Stato, che sono riusciti a trasformare questo Paese intero in un altare su cui sacrificano i figli di altre persone al dio della morte. Bambini, feti, neonati vengono quotidianamente buttati a sangue freddo nel regno dei bambini morti che cresce ininterrottamente sotto i nostri piedi. E nessuno è colpevole delle loro morti; nessuno viene mai punito per l’assassinio di un bambino palestinese. lo Stato si prende cura di quelli che lo servono, qualche volta. Altre volte sacrifica persino loro, con lo stesso sangue freddo e per le stesse ragioni.

E gli assassini? Che ne è di loro? Sanno di aver commesso dei crimini? Si girano e si rigirano nei loro letti la notte? Sono tormentati dalle immagini dei piccoli corpi che si contorcono e cadono sotto i loro proiettili, bombe e granate? Probabilmente no. Non conosciamo nessun caso in cui qualche soldato si sia costituito ed abbia espresso rimorso per le sue azioni. Questo è il più grande successo del sistema educativo israeliano: la distinzione tra sangue e sangue, tra bambino morto e bambino morto, e inculcare la credenza certa che l’assassinio dei palestinesi e dei loro amici non è un crimine.

Chiunque si arruoli nell’esercito sa questo ed è preparato a questo. Metà della nazione! Quanti milioni ci sono in metà nazione? Quanti milioni di giovani uomini e giovani donne se ne stanno semplicemente impassibili di fronte al pianto di un bambino, all’agonia di una donna in travaglio, agli appelli di un vecchio e alla morte di migliaia di persone innocenti? Quanti milioni di persone non hanno mai imparato a rifiutare ordini così platealmente inumani anche se legali, secondo le leggi razziste del loro Paese, e a dire no ai capi corrotti e ai generali assetati di sangue?

Ben fatto, Forze di Difesa Israeliane! Ben fatto, educazione Ebraica Israeliana, che è riuscita quasi perfettamente ad inculcare i valori del razzismo quasi senza alcuna opposizione.

E se mio figlio Yigal volesse davvero partecipare ai programmi militari che vengono imposti agli studenti delle scuole superiori a partire dal terzo anno, o, Dio non voglia, arruolarsi nell’esercito di occupazione e sevizie, vedrei questo come un tremendo fallimento dell’educazione. Un terribile fallimento del compito materno. E se io non faccio tutto quello che posso per evitare che lui, a diciotto anni, diventi un assassino o un cadavere, so di avere tradito lui e la mia vocazione di madre.

Nurit Peled è insegnante, traduttrice, scrittrice e madre israeliana. Attivista per la pace tra Palestina e Israele, nonostante l'assassinio di una sua bambina in un attentato terroristico. Nel 2001 ha ricevuto dal Parlamento europeo il Premio Sakharov per i diritti umani.

(vi ricordiamo l’intervento che Nurit Peled tenne a Siena di cui potete ascoltare l’audio)

tradotto dall’ebraico da Mark Marshallabir2.jpg
Originale ebraico: http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=21597
traduzione in inglese: http://www.kibush.co.il/index.asp
traduzione italiana di Cecilia Gabriella Gallia

mercoledì 29 agosto 2007

The Rules Governing the Struggle For Eretz Yisrael

Rabbi Shlomo Aviner, Yeshivat Ateret Cohanin. In the course of the suffering accompanying the divine process of our redemption, we are once more encountering this terrible conflict between brothers involving the uprooting of Jewish settlements. We are not exempt from clarifying it in the light of Torah, which illuminates the proper path for both the individual and the nation, both in healthy situations as well as in morbid ones. There are three parties involved here: the government, civilians and soldiers.

1. The Government
When it comes to long and short-term urban planning, it is certainly the government which must make decisions, but as far as the ideological question of whether a particular location belongs to the Jewish People or to another nation, that question transcends governments, for the answer to that question was provided by the Master-of-the-Universe, by the Torah, by Jewish tradition, by history. Even the government was commanded regarding Eretz Yisrael: “We were commanded not to abandon it to any other nation, or to desolation” (Ramban, Addendum 4 to Rambam’s “Sefer HaMitzvot”). This command transcends the government. Quite the contrary, the government draws its strength and authority from it. Uprooting a Jewish community is a terrible crime with no parallel throughout Jewish or world history. All the more so that establishing a foreign state in the very midst of our own country is a national crime which surpasses all the bounds of reason and ethics.
Likewise, the illustrious rabbis who head the “Rabbinic Union for the People and Land of Israel” recently issued a proclamation absolutely rejecting the establishment of a foreign state within Judea and Samaria, or otherwise abandoning part of Eretz Yisrael to foreigners.
Let us hope that our government will speedily free itself of the present agreement, returning to the path of truth and valor.

2. Civilians
Every Jew has to struggle to nullify these terrible decrees. The whole nation must rise as one man with one heart and struggle against this dysfunctional government that is leading us down the path of destruction.
Obviously, as with any other mitzvah, this must not be performed by means of a sin. Before the founding of the State, our master Rabbi Tzvi Yehuda Kook established red lines as far as political struggles between us: no violence, no insults, no hatred (“Et Achai Anochi Mevakesh”; LeNetivot Yisrael, Part I). Likewise, in the struggles over the completeness of the Land, Rav Tzvi Yehuda never instructed us to use violence, to insult or to hate anyone. Therefore, please do not insult policemen or soldiers, let alone their officers. When a soldier takes hold of your hand, don’t use physical force to resist. Don’t hold on to boulders. You might get hurt, or the soldier might get hurt. And don’t play freeze-tag with the soldiers either.
The evacuation of a Jewish settlement is a terrible desecration of G-d’s name. Don’t make it worse before the television cameras of Israel and the whole world, which will show Jewish soldiers dragging Jews out of a Jewish settlement.
If you force a soldier to drag you, don’t yell, “Why are you hurting me?” Don’t hurt his heart! When the Jewish Community of Hebron was just starting out, some of our group danced with an Israeli flag at the Tomb of the Patriarchs, and soldiers ordered them to stop. When they didn’t listen, the soldiers grabbed at the flag, some pulling in one direction and others pulling in the other, until the flag got ripped. Rabbi Tzvi Yehuda Kook responded, “What you did was more treif than pig. You put our friends the soldiers in an unpleasant situation in order to advance the cause.”
We see for ourselves that many soldiers feel horrible at being asked to evacuate outposts. Many themselves live in settlements and outposts. One must also be very careful of provocateurs who let their mouths spill out hatred and incitement to evil, but then report to the police what they saw around them.
Don’t send children. It is hard for them to digest simultaneously a love of the Land and the People of Israel, with a love of the army.
Remember this: Our master Rabbi Tzvi Yehuda Kook stood at the head of the war over Judea and Samaria and loudly proclaimed, “Over Judea and Samaria there will be a war!” “Over our dead bodies!” Yet he never, never instructed anyone to use force against a soldier, a policeman, or even to insult them.
Whoever has learned Halachah knows the major principle:
“We do not learn practical law either from abstact study alone, or from hearing isolated cases alone. Rather, we must learn it from a combination of abstract study with its practical applications. Once someone has asked questions and received such practical guidance, he can go and act accordingly” (Bava Batra 136b).
The utterance that “there will be a war over Judea and Samaria” is in the realm of “abstract study.” It may be profound and holy and sublime and powerful, but it is not practical Halachah. Rabbi Tzvi Yehudah rejected anything that would create a rift amongst the people, and he said, “I do not want a civil war.”
The halachic conclusion of the illustrious heads of the “Rabbinic Union for the People and Land of Israel” was as follows:
“To behave with great caution; to avoid all physical or verbal violence against our soldier brethren… and let it be said to the credit of the public that all of them but rare exceptions are following the guidance of our rabbis.”
3. Soldiers
Soldiers as well, as part of the Jewish People, must struggle devotedly to keep our land intact, all the more so if a soldier is a high-ranking officer with an influence on the workings of the army and the government. Yet even he mustn’t fulfill a mitzvah by means of a sin. To cause the disintegration of the army is a grave sin. Our army works on the basis of unity – one for all and all for one. If the army disintegrates, it is no army, and that places the nation in danger. The army is not rightist or leftist, middle-of-the-road or any other category. Otherwise, the nation would be in danger. The country and the Jewish State would be in danger.
The army is where the aggregate soul of the Jewish People is being renewed in all its glory. Driving a knife into that is the opposite of the whole process of our rebirth.
Remember this! Our great master, Rabbi Tzvi Yehuda Kook stood at the head of all the ranks of settlers in Judea and Samaria, yet no soldier ever heard from him the words, “Refuse orders.”
The soldier does not become partner in a sin, emissary to perform a sin or collaborator in a sin. The government’s sin was already performed and is now nothing but water under the bridge. Rabbi Tzvi Yehuda Kook wrote numerous flyers against abandoning parts of Eretz Yisrael, yet he never wrote: “Refuse orders!”
“Many are the thoughts in a man’s heart, yet it is G-d’s counsel that will endure” (Proverbs 19:21).
They keep presenting the same program, each time by a different name. We overcame 242, Gunnar Jarring, 338, Kissinger, the Geneva Pact, the Autonomy Agreement, the Reagan Program, the Shultz Initiative, the London Accord, Madrid, the Bi-Lateral Talks, James Baker, Oslo I, the Mitchell Report, Oslo II, the Sharm a-Sheikh Pact, the Camp David Summit, the Taba Talks, Clinton, George Tennet, General Zinni and the Saudi Plan.
We will overcome the Roadmap (and the "Disengagement Plan") as well.