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mercoledì 5 settembre 2007

Il dossier sul caso dell’omicidio di Abir Aramin è stato chiuso


Nurit Peled Elhanan, Hawiyya, 10/08/07. I soldati di Israele sono chiamati a sacrificare bambini, genitori, volontari e qualche volta se stessi sull’altare di insolenti e corrotti Capi dello Stato, che sono riusciti a trasformare questo Paese intero in un altare su cui sacrificano i figli di altre persone al dio della morte. Bambini, feti, neonati vengono quotidianamente buttati a sangue freddo nel regno dei bambini morti che cresce ininterrottamente sotto i nostri piedi. E nessuno è colpevole delle loro morti; nessuno viene mai punito per l’assassinio di un bambino palestinese. lo Stato si prende cura di quelli che lo servono, qualche volta. Altre volte sacrifica persino loro, con lo stesso sangue freddo e per le stesse ragioni.

E gli assassini? Che ne è di loro? Sanno di aver commesso dei crimini? Si girano e si rigirano nei loro letti la notte? Sono tormentati dalle immagini dei piccoli corpi che si contorcono e cadono sotto i loro proiettili, bombe e granate? Probabilmente no. Non conosciamo nessun caso in cui qualche soldato si sia costituito ed abbia espresso rimorso per le sue azioni. Questo è il più grande successo del sistema educativo israeliano: la distinzione tra sangue e sangue, tra bambino morto e bambino morto, e inculcare la credenza certa che l’assassinio dei palestinesi e dei loro amici non è un crimine.

Chiunque si arruoli nell’esercito sa questo ed è preparato a questo. Metà della nazione! Quanti milioni ci sono in metà nazione? Quanti milioni di giovani uomini e giovani donne se ne stanno semplicemente impassibili di fronte al pianto di un bambino, all’agonia di una donna in travaglio, agli appelli di un vecchio e alla morte di migliaia di persone innocenti? Quanti milioni di persone non hanno mai imparato a rifiutare ordini così platealmente inumani anche se legali, secondo le leggi razziste del loro Paese, e a dire no ai capi corrotti e ai generali assetati di sangue?

Ben fatto, Forze di Difesa Israeliane! Ben fatto, educazione Ebraica Israeliana, che è riuscita quasi perfettamente ad inculcare i valori del razzismo quasi senza alcuna opposizione.

E se mio figlio Yigal volesse davvero partecipare ai programmi militari che vengono imposti agli studenti delle scuole superiori a partire dal terzo anno, o, Dio non voglia, arruolarsi nell’esercito di occupazione e sevizie, vedrei questo come un tremendo fallimento dell’educazione. Un terribile fallimento del compito materno. E se io non faccio tutto quello che posso per evitare che lui, a diciotto anni, diventi un assassino o un cadavere, so di avere tradito lui e la mia vocazione di madre.



Come è triste arrivare alla constatazione che il numero di quelli che si rifiutano di prestare il servizio militare nell’esercito di occupazione è così basso che di fatto non ha nessuna conseguenza sulla motivazione dei ragazzi israeliani ad indossare l’uniforme della brutalità.

Il professor Stewart Cohen dell’Università di Bar Ilan ci consola dicendo che la “responsabilità” sta nell’aumento del numero degli Ultra-Ortodossi che non prestano servizio e ci informa che l’esercito degli Stati Uniti sarebbe stato felice di un numero di renitenti così basso, durante la guerra del Vietnam. Può darsi che faremmo qualcosa di buono imparando dagli americani degli anni 60, o persino dagli Ebrei Ultra-Ortodossi che temono per la vita dei loro figli.

Quando l’ampiezza del fenomeno di renitenza alla leva divenne noto, sono stata invitata al programma di Oded Shahar, “Politika”, come madre che non permette che suo figlio (che ha ora 15 anni) entri nell’esercito. Esclusa io, venni informata nel corso di una reiterata campagna di persuasione, venivano invitati solo uomini, la maggior parte di loro generali propagandisti della guerra come Effie Eitam e Yossi Peled. Dopo che venni convinta che la mia partecipazione al programma sarebbe stata importante e decisiva, accettai. La ricercatrice mi chiese come mai io non avrei permesso a mio figlio di arruolarsi. Le spiegai che l’esercito, da quarant’anni implicato in sistematiche e crescenti violenze sulla popolazione civile, (violenze che persino il coraggioso giornalista Gideon Levy chiama con il nome stranamente addolcente di “operazioni di polizia”), un esercito che insegna ai suoi soldati che uccidere i bambini palestinesi e quelli che li proteggono come Rachel Corrie e James Miller, non è un crimine, un esercito i cui comandanti sono immuni da qualsiasi punizione nonostante commettano quotidianamente crimini contro l’umanità, non è un luogo adatto a mio figlio, che è stato cresciuto per amare le persone, che ha amici palestinesi, i cui fratelli e genitori hanno amici palestinesi che subiscono lo stesso regime di terrore e di sofferenza quotidiana. Dopo mezz’ora mi è stato detto che nonostante il mio contributo fosse decisivo non c’erano abbastanza posti sul palco.

Pochi giorni dopo in un notiziario ci venne data la notizia solitaria e isolata che il dossier sull’omicidio di Abir Aramin, la figlia di Salwa e Bassam Aramin, era stato chiuso. Bassam è uno dei fondatori del movimento Palestinese-Israeliano, Combattenti per la Pace, di cui sono membri i miei figli Elik e Guy. Bassam Aramin ha passato 9 anni in carcere a causa della sua appartenenza a Fatah nella zona di Hebron e per aver cercato di tirare una granata contro una jeep dell’esercito israeliano, che stava pattugliando nei Territori Occupati. Un martedì pomeriggio, il 16 gennaio 2007, un soldato israeliano ha ucciso sua figlia di 9 anni, Abir, sparandole in testa mentre usciva da scuola per tornare a casa. Il soldato non passerà neanche un’ora in prigione. In Israele i soldati non vanno in prigione per aver ucciso degli Arabi. Mai. Non importa che gli Arabi siano giovani o vecchi, terroristi reali o potenziali, dimostranti pacifici o lanciatori di pietre. L’esercito non ha condotto un’ inchiesta sulla morte di Abir Aramin. Né polizia né tribunale hanno interrogato nessun altro oltre la sorella di Abir, che la teneva per mano quando è caduta. Alla sorella è stato chiesto per molte volte e poi ancora a quanti metri di distanza si trovavano dal cancello della scuola, dal chiosco, dalla jeep? (?!?!) A quanti metri? (?!?!?) Non te lo ricordi? (?!?!?) Non c’è stata alcuna indagine eccetto quella fatta da Bassam e dai suoi amici, che sanno esattamente chi è l’assassino.
Ma poiché le forze di occupazione sono coinvolte, lo sparo non c’è stato. La versione ufficiale dell’esercito sulla sua morte è che potrebbe essere stata colpita da un sasso che una delle sue compagne di classe stava lanciando contro le “nostre forze”. Questo senza tenere in alcun conto i risultati ottenuti da un noto patologo, che ha lavorato per molti anni in un istituto di medicina legale.

Una delle accuse contro i renitenti è che hanno smesso di credere in “valori” come il sacrifico. Il sacrificio di chi, esattamente? Su quale altare? A quale dio? I soldati di Israele sono chiamati a sacrificare bambini, genitori, volontari e qualche volta se stessi sull’altare di insolenti e corrotti
Capi dello Stato, che sono riusciti a trasformare questo Paese intero in un altare su cui sacrificano i figli di altre persone al dio della morte. Bambini, feti, neonati vengono quotidianamente buttati a sangue freddo nel regno dei bambini morti che cresce ininterrottamente sotto i nostri piedi. E nessuno è colpevole delle loro morti; nessuno viene mai punito per l’assassinio di un bambino palestinese. lo Stato si prende cura di quelli che lo servono, qualche volta. Altre volte sacrifica persino loro, con lo stesso sangue freddo e per le stesse ragioni.

E gli assassini? Che ne è di loro? Sanno di aver commesso dei crimini? Si girano e si rigirano nei loro letti la notte? Sono tormentati dalle immagini dei piccoli corpi che si contorcono e cadono sotto i loro proiettili, bombe e granate? Probabilmente no. Non conosciamo nessun caso in cui qualche soldato si sia costituito ed abbia espresso rimorso per le sue azioni. Questo è il più grande successo del sistema educativo israeliano: la distinzione tra sangue e sangue, tra bambino morto e bambino morto, e inculcare la credenza certa che l’assassinio dei palestinesi e dei loro amici non è un crimine.

Chiunque si arruoli nell’esercito sa questo ed è preparato a questo. Metà della nazione! Quanti milioni ci sono in metà nazione? Quanti milioni di giovani uomini e giovani donne se ne stanno semplicemente impassibili di fronte al pianto di un bambino, all’agonia di una donna in travaglio, agli appelli di un vecchio e alla morte di migliaia di persone innocenti? Quanti milioni di persone non hanno mai imparato a rifiutare ordini così platealmente inumani anche se legali, secondo le leggi razziste del loro Paese, e a dire no ai capi corrotti e ai generali assetati di sangue?

Ben fatto, Forze di Difesa Israeliane! Ben fatto, educazione Ebraica Israeliana, che è riuscita quasi perfettamente ad inculcare i valori del razzismo quasi senza alcuna opposizione.

E se mio figlio Yigal volesse davvero partecipare ai programmi militari che vengono imposti agli studenti delle scuole superiori a partire dal terzo anno, o, Dio non voglia, arruolarsi nell’esercito di occupazione e sevizie, vedrei questo come un tremendo fallimento dell’educazione. Un terribile fallimento del compito materno. E se io non faccio tutto quello che posso per evitare che lui, a diciotto anni, diventi un assassino o un cadavere, so di avere tradito lui e la mia vocazione di madre.

Nurit Peled è insegnante, traduttrice, scrittrice e madre israeliana. Attivista per la pace tra Palestina e Israele, nonostante l'assassinio di una sua bambina in un attentato terroristico. Nel 2001 ha ricevuto dal Parlamento europeo il Premio Sakharov per i diritti umani.

(vi ricordiamo l’intervento che Nurit Peled tenne a Siena di cui potete ascoltare l’audio)

tradotto dall’ebraico da Mark Marshallabir2.jpg
Originale ebraico: http://www.kibush.co.il/show_file.asp?num=21597
traduzione in inglese: http://www.kibush.co.il/index.asp
traduzione italiana di Cecilia Gabriella Gallia

venerdì 20 luglio 2007

«Solo con la non violenza si può sconfiggere la cultura della guerra»


Francesca Curatelli. Liberazione. 20/07/07. Parla Ali Abu Awwad, di Parents Circle che riunisce famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso familiari nel conflitto. "Ora, per il bene del popolo palestinese bisogna trovare una posizione comune, includere nei negoziati tutte le forze politiche, non solo Hamas e Fatah, ma anche i movimenti civili che sono la vera speranza di cambiamento. Bisogna finirla di giudicare solo i palestinesi. Perché la comunità internazionale ha rapporti ufficiali con un partito come il Likud, il cui programma afferma che ad entrambi i lati del fiume Giordano si trova Israele cancellando in tal modo la Palestina, e li rifiutano invece ad Hamas? E poi qualcuno sa cos'è Israele? I suoi confini risalgono al '48, al '67 o al territorio attuale che, arbitrariamente e grazie al muro, ha annesso altre terre palestinesi, riducendo la Palestina a meno del 22% del suo territorio originario?».
A Monterotondo ha incontrato la famiglia di Angelo Frammartino, il cooperante italiano ucciso a Gerusalemme un anno fa. Ali Abu Awwad, 35 anni, militante di Fatah, ha trascorso quattro anni nelle carceri israeliane. Nel 2000 il fratello Yousef è stato ucciso ad un check point vicino a Hebron. "Dopo otto mesi di disperazione ho però capito che è un mio diritto scegliere di non essere né vittima né carnefice". Ali ora fa parte del Forum di Parents Circle, oltre 500 famiglie palestinesi e israeliane che hanno perso famigliari nel conflitto. Lo abbiamo incontrato a Roma in compagnia di Luisa Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo e della comunità italo-palestinese del Lazio. A Monterotondo, Ali ha anche incontrato i famigliari e i membri della costituenda Fondazione Angelo Frammartino, il cooperante ventenne ucciso il 10 agosto del 2006 a Gerusalemme.
Dopo la morte di Angelo, il padre, Michelangelo aveva dichiarato: «Non ho nessun motivo di rancore. Mio figlio è vittima dell'ingiustizia del mondo, non di quel povero cristo che l'ha ucciso» e la famiglia è entrata in contatto con il Parents Circle. Dal 2005, Ali lavora al progetto The Way, in arabo Al Tariq, per riunire in un solo movimento diverse associazioni palestinesi che, spesso in collaborazione con gli israeliani, ogni giorno lottano per il diritto ad uno stato libero, per la fine dell'occupazione, contro la logica del nemico e ogni violenza.
«Almeno il 95 per cento dei palestinesi -ci dice Ali- non partecipa alla lotta armata e non usa armi. Subisce l'occupazione senza avere prospettive per sé e per i propri figli. Quando mio fratello è stato ucciso, ad un check point mentre intimava ai ragazzini palestinesi di non tirare pietre agli israeliani ricevendo in cambio una pallottola in testa sparata da 70 cm di distanza da un soldato, tutta la vita mi è passata davanti: mia madre, militante di Fatah, arrestata quando avevo 10 anni e mi sembrava un vero sequestro; la mia partecipazione alla rivolta, tirare pietre, la prima Intifada, l'arresto, il carcere e le torture. Rivivevo con la mente la perdita della terra, dei sogni, della possibilità di studiare e di avere un futuro. Dopo otto mesi di disperazione ho però capito che è un mio diritto scegliere di non essere né vittima né carnefice e ho incontrato il Parents Circle: per la prima volta vedevo degli Israeliani contro l'occupazione che si battevano per i diritti dei palestinesi. Per di più si trattava di persone in lutto a causa di militanti palestinesi. E' stato uno shock: se possono farlo loro, se posso io, allora possono tutti, pensavo. La vendetta non ci riporta in vita il fratello o il figlio, ma crea altri lutti. La non violenza non dà pretesti per ritorsioni o strumentalizzazioni e diventa un attentato al sistema educativo di guerra in cui israeliani e palestinesi crescono da 40 anni. Come Parents Circle parliamo agli adolescenti spiegando che, se resistere contro l'occupazione è un diritto, la via non violenta deve essere il mezzo: ma si tratta di un processo e ha bisogno di tempo».

In questi ultimi tempi la violenza in Palestina appare ancora di più fuori controllo….
Non esiste pace senza giustizia, come non esiste una vera Autorità sotto un'occupazione militare, che condiziona i comportamenti e la sicurezza di palestinesi e israeliani. Ora, per il bene del popolo palestinese bisogna trovare una posizione comune, includere nei negoziati tutte le forze politiche, non solo Hamas e Fatah, ma anche i movimenti civili che sono la vera speranza di cambiamento. Bisogna finirla di giudicare solo i palestinesi. Perché la comunità internazionale ha rapporti ufficiali con un partito come il Likud, il cui programma afferma che ad entrambi i lati del fiume Giordano si trova Israele cancellando in tal modo la Palestina, e li rifiutano invece ad Hamas? E poi qualcuno sa cos'è Israele? I suoi confini risalgono al '48, al '67 o al territorio attuale che, arbitrariamente e grazie al muro, ha annesso altre terre palestinesi, riducendo la Palestina a meno del 22% del suo territorio originario?

Lo chiedi all'Europa, al Quartetto o a Tony Blair?
A chiunque abbia la volontà politica, che finora è mancata, per trovare una soluzione a questo conflitto. L'Europa e la comunità internazionale possono fare molte cose: la prima è ristabilire la giustizia. Non credo che una forza Internazionale a Gaza sia la scelta migliore. Bisogna ridare speranza ai palestinesi, dare loro prospettive per il futuro, fermare le uccisioni mirate da parte di Israele, bloccare il muro e l'occupazione. Bisogna anche ridare slancio all'iniziativa di pace araba e scongiurare la divisione del nostro popolo. Sul ruolo di Tony Blair al Quartetto non sono ottimista: mi chiedo perché i grandi leader, come l'ex presidente Usa Jimmy Carter, arrivino ad una fase di saggezza solo alla fine della propria carriera durante la quale, invece, avrebbero potuto agire concretamente per la pace. Forse, come è avvenuto in Irlanda del nord, Blair può riuscire a mediare: ma lì erano le donne e i prigionieri ad avere un ruolo di primo piano.

Sei stato prigioniero per quattro anni, cosa ne pensi della decisione israeliana di liberare 250 detenuti di Fatah?
Quasi 12mila prigionieri palestinesi sono trattenuti illegalmente nelle carceri israeliane. Spesso si tratta di leader politici che possono contribuire alla pace e all'unità per il popolo palestinese, in particolare Marwan Barghouti. Il carcere per me è stata una scuola: nonostante le violenze fisiche, psicologiche e le torture, i detenuti palestinesi si organizzano, discutono di strategie. La scelta di liberare 250 prigionieri di Fatah, unilaterale come il ritiro di Gaza, non basta: sono un militante di Fatah, ma riconosco che tale decisione indebolisce Mahmoud Abbas e divide i palestinesi. C'è bisogno di un accordo che risolva l'intera questione dei prigionieri, con uno scambio che includa anche la liberazione del caporale israeliano Shalit.

Quale potrebbe essere il ruolo dell'Italia?
La cooperazione italiana e l'impegno per la Palestina sono straordinari. In questi giorni sto collaborando con una giornalista di Rai Cinema per un documentario, Mothers, che spero sia selezionato al Festival di Venezia perché mostra madri israeliane e palestinesi unite nel lutto per aver perso un figlio. Ma le realtà italiane solidali con il popolo palestinese sono molte: di una di queste faceva parte Angelo Frammartino. La sua morte ci ha sconvolto. Ora, è un fatto importantissimo che la sua famiglia sia entrata in contatto con il Parents Circle ed altre famiglie ferite. Il padre di Angelo, Michelangelo, mi ha accolto come un figlio, e incontrandoci a Monterotondo per la seconda volta, il legame è ancora più stretto: gli occhi lucidi nel salutarci, ci siamo dati appuntamento al 10 agosto, primo anniversario della sua morte, quando la famiglia verrà a Gerusalemme. Io sarò con loro, idealmente insieme a tanti altri israeliani e palestinesi, a ricordare che Angelo vive nei nostri sogni.

Liberazione - 20 Luglio 2007


«Mia figlia uccisa da un kamikaze. Ma dico: dialogo con Hamas»


La scrittrice israeliana insignita del premio Sakharov del Parlamento Europeo per il suo impegno a favore della pace: noi genitori israeliani e palestinesi di figli uccisi dal terrorismo riteniamo che bisogna conoscere anche le ragioni del nemico

Umberto De Giovannangeli intervista Nurit Peled Elhanan, scrittrice israeliana la cui figlia di 13 anni è morta in un attentato terrorista. l'Unità. 19/07/07. «Quella mattina mia figlia uscì di casa, io non volevo. Ma lei disse: "Mamma lasciami vivere normalmente". Avrei dovuto impedirglielo, non ne ho avuto la forza e lei adesso è morta». Così Nurit Peled Elhanan racconta la morte di Smadar, la figlia tredicenne, uccisa in un attentato terrorista palestinese, condotto su un autobus a Gerusalemme da un kamikaze di Hamas, il 4 settembre 1997. «La morte di ogni figlio - afferma - è la morte del mondo intero. Mia figlia fu uccisa perché israeliana da un giovane talmente disperato da uccidere e uccidersi perché palestinese». Nurit Peled Elhanan ha saputo trasformare quel dolore indicibile in energia attiva a favore del dialogo: docente di Linguaggio ed educazione all'Università Ebraica di Gerusalemme, scrittrice, nel 2001 ha ricevuto dal Parlamento europeo il Premio Sakharov per i diritti umani. Nurit è anche figlia di uno degli eroi di Tsahal: il generale Matti Peled, che combattè nella guerra di Indipendenza del 1948 a fianco di David Ben Gurion, che fu capo di stato maggiore, assieme a Yitzhak Rabin, nella Guerra dei Sei giorni, e che dopo quella guerra fu in prima linea nella lotta per restituire i territori occupati ai palestinesi.

Nei giorni della polemica su Hamas, la sua testimonianza dà conto del coraggio di tante donne e uomini, israeliani e palestinesi, che come Nurit hanno perso i propri figli in attentati e rappresaglie, riuscendo a trasformare il loro dolore in volontà di dialogo, dando vita a «Parents circle», associazione che riunisce genitori di vittime della violenza sia israeliani che palestinesi.
Cosa significa per una madre che ha visto morire la propria figlia in un attentato suicida, la parola dialogo?
«Significa provare ad andare alle radici di una tragedia collettiva e non restare prigioniera del proprio dolore. Significa non essere divorata dal desiderio di vendetta. Significa chiedersi cosa ha spinto un ragazzo palestinese a distruggersi e a distruggere altre vite. Significa anche ricercare il dialogo con il "nemico". L'alternativa al dialogo è l'"inferno". E in questo inferno non restiamo che noi, le vittime delle due parti che cercano di arrestare questa follia. Noi siamo i soli che cercano di salvare questi bambini dalla loro terribile sorte di carnefici e vittime, che cercano di spiegare ai giovani israeliani idealisti che servire il loro Paese non vuol dire obbedire come dei robot agli ordini mortiferi, che cercano di convincere i bambini palestinesi che il loro popolo ha bisogno di loro vivi e non morti. Noi siamo i soli a gridare alle orecchie del mondo intero che per i nostri bambini morti non c'è differenza tra ciò che il mondo chiama terrorismo e ciò che chiama guerra contro il terrorismo. Per la mia piccola figlia che è morta a Gerusalemme perché era israeliana e per i piccoli bambini che muoiono a Gaza e a Jenin e a Ramallah perché essi sono palestinesi, questa differenza non esiste più. Perché l'uno e l'altro, il terrore e il controterrore, significano la morte impietosa degli innocenti. Perché in effetti non esistono delle uccisioni civilizzate di innocenti e delle uccisioni barbare degli innocenti. Non esiste che l'uccisione criminale degli innocenti. Non c'è nessuna parola che sia così carica di senso, ideologica e emozionale come la parola NOI. È tempo ora di ripensare questa parola, di ridefinire il nostro noi. Noi, le vittime del terrorismo e della guerra contro il terrorismo, noi a cui la morte dei nostri bambini ha dato una nuova voce lo abbiamo fatto».
Come declina oggi quel «Noi»?
«Il mio "noi" per me è composto da tutti quelli che sono pronti a lottare per preservare la vita e per salvare dei figli dalla morte. Da madri e padri che non vedono una consolazione nell'omicidio dei figli degli altri. È vero che là dove noi siamo, questa parte conta più palestinesi che ebrei, perché sono loro che tentano ad ogni costo - e con una forza che non mi è familiare ma che non posso che ammirare - di continuare a condurre un'esistenza nelle condizioni infernali che il regime dell'occupazione, Tuttavia, anche per noi, vittime ebree dell'occupazione, che cerchiamo di liberarci della cultura della forza e della distruzione nella guerra di civiltà che si porta avanti in questi luoghi, anche per noi c'è posto qui».
Nei suoi libri, nei suoi interventi, nel suo agire quotidiano c'è un costante riferimento ai bambini, costretti a vivere nel «regno della morte». Cos'è questo «regno»?
«Nel regno della morte i bambini israeliani giacciono accanto a quelli palestinesi, i soldati dell'esercito d'occupazione accanto agli attentatori suicidi, e nessuno ricorda chi era Davide e chi era Golia, perché hanno visto in faccia la verità e hanno capito di essere stati imbrogliati e ingannati, che politici senza sentimenti o coscienza hanno perso al gioco le loro vite mentre continuano a giocare d'azzardo con la vita di tutti noi. Abbiamo dato loro il potere, attraverso elezioni democratiche, di fare della nostra casa un'arena di omicidi senza fine. Solo se li fermeremo, potremo tornare a una vita normale in questo luogo, e allora la morte non avrà dominio».
Per fermare l'ondata di attacchi terroristici, Israele ha costruito la barriera di sicurezza in Cisgiordania. Cos’ è per lei quella barriera?
«Quel muro di cemento, rigido, minaccioso, invasivo, è il nostro muro della vergogna. E al mondo non dobbiamo chiedere di assolverci da ogni colpa in nome della Shoah; al mondo dobbiamo chiedere, spiegare che se vuole davvero salvare il popolo israeliano e il popolo palestinese dall'olocausto che minaccia tutti noi, è necessario che condanni la politica di occupazione, il dominio della morte deve essere fermato nel suo percorso».
Cos’ è pace per Nurit Peled?
«È la fine dell'occupazione. È il riconoscimento, vero, dell'esistenza dell'altro. Solo così Israele salverà sé da sé, tornado ad essere luce per le nazioni e non "oggetto di disgrazia per le nazioni e il dileggio per tutti i Paesi"».