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giovedì 4 ottobre 2007

Marwan Barghouti: «Dopo il golpe a Gaza Hamas affronti le urne»

Davide Frattini, Corriere della Sera, 03.10.07. «È chiaro che le fazioni palestinesi non hanno compreso a fondo il valore della democrazia. La prova sta in quello che ha fatto Hamas. Bisogna costruire una cultura della democrazia, aprire un dialogo interno, rafforzare le istituzioni. Democrazia non significa solo votare alle elezioni, ma riconoscere la sovranità della legge e riuscire ad accettare le posizioni degli altri, senza voler imporre la propria egemonia. Il primo problema resta l'occupazione israeliana: deve finire perché i palestinesi possano realizzare uno Stato democratico».

GERUSALEMME — Cella 28, ala 3, prigione di Hadarim. «È il nuovo indirizzo della Mukata », ironizzano i vicini di carcere. Da qui è passato in visita il primo ministro Salam Fayyad, qui vengono per consultarsi il capo dell'intelligence Tawfik Tirawi o Akram Haniya, consigliere di Abu Mazen. Che della Mukata, il palazzo presidenziale, è l'inquilino ufficiale.
Dalla cella 28, Marwan Barghouti è riuscito a rimanere il leader palestinese più influente. Arrestato dagli israeliani nel 2002 e condannato il 6 giugno del 2004 — il giorno del suo compleanno — a cinque ergastoli, è chiamato Napoleone per la piccola statura e le grandi ambizioni. È lui che un anno fa ha elaborato il «documento dei prigionieri», un accordo tra il suo Fatah e Hamas, il testo che ha portato alla nascita del governo di unità nazionale. Il piano è andato in frantumi con la vittoria militare dei fondamentalisti a Gaza. «L'esecutivo formato assieme al Fatah— commenta — ha rappresentato un'occasione per Hamas. Il movimento avrebbe potuto rafforzare il suo ruolo nel mondo arabo e ottenere legittimità internazionale. Ma ha rovesciato il governo e ha commesso l'errore strategico più grave, da quando è stato fondato vent'anni fa. È la prima volta nella storia palestinese, che una delle fazioni realizza un colpo di Stato contro l'autorità legittima».
Lo Shin Bet lo considera «l'architetto del terrore » della rivolta scoppiata nel settembre 2000. Il laburista Benjamin Ben-Eliezer, ministro israeliano per le Infrastrutture, spinge invece perché venga rilasciato in uno scambio con Gilad Shalit, il caporale dell'esercito rapito nel giugno dell'anno scorso. «È il miglior interlocutore che possiamo avere per raggiungere un accordo di pace».
Nell'intervista — le risposte sono state dettate durante un incontro nel parlatorio della prigione con l'avvocato Elias Sabbagh — Barghouti spiega come i palestinesi possano tentare di uscire dalla crisi.
È possibile una riconciliazione tra Hamas e il Fatah?
«Prima Hamas deve restituire la Striscia di Gaza al controllo di Abu Mazen, garantire che non userà più la forza e la violenza, riconoscere il governo temporaneo indipendente e accettare le elezioni anticipate. Quando dico restituire, intendo tutto quello che hanno sottratto: palazzi, documenti, veicoli. Questo è il primo passo, perché i palestinesi non hanno altra scelta che la riconciliazione».
Ismail Haniyeh, premier deposto da Abu Mazen, ripete di rappresentare il governo legittimo, dopo la vittoria elettorale nel gennaio 2006.
«Nessuno nega che Hamas abbia ottenuto la maggioranza in parlamento. E' una parte importante del movimento palestinese.
Ma dopo il golpe a Gaza, la situazione è completamente cambiata. Hamas deve accettare il ritorno alle urne per vedere se la gente li sostiene ancora.
Sono sicuro che il Fatah vincerebbe».
In molti chiedono che il Fatah si riformi e soprattutto ringiovanisca.
«Dobbiamo rinnovare i nostri leader. Aprirci alle donne, ai giovani, ai docenti universitari. E dobbiamo chiederci quali errori abbiamo commesso a Gaza».
Teme che l'isolamento possa spingere Hamas verso Al Qaeda?
«Hamas si è isolato da solo, quando ha deciso di prendere il controllo della Striscia con la forza. Nessuno tra i palestinesi li sta isolando. Al contrario, il Fatah ha fatto sforzi enormi perché partecipassero alla vita politica».
Hanna Siniora, intellettuale e politico palestinese, ha detto: «Dopo quarant'anni sotto il dominio di Arafat, abbiamo dimostrato di non essere abbastanza maturi per condividere l'autorità ».
«È chiaro che le fazioni palestinesi non hanno compreso a fondo il valore della democrazia. La prova sta in quello che ha fatto Hamas. Bisogna costruire una cultura della democrazia, aprire un dialogo interno, rafforzare le istituzioni. Democrazia non significa solo votare alle elezioni, ma riconoscere la sovranità della legge e riuscire ad accettare le posizioni degli altri, senza voler imporre la propria egemonia. Il primo problema resta l'occupazione israeliana: deve finire perché i palestinesi possano realizzare uno Stato democratico».
Sempre Siniora ha sostenuto che lo scontro tra Hamas e Fatah segna la fine del progetto nazionale palestinese.
«È uno scontro distruttivo. Tutt'e due le fazioni stanno perdendo e la gente paga il prezzo. Hamas ha diviso la terra e spezzato in due l'autorità, così ha messo la nostra causa in pericolo. Ora deve rivedere la sua strategia e permettere la riunificazione».

mercoledì 5 settembre 2007

Barghuti si schiera contro Hamas

Michele Giorgio, il manifesto, 04/09/07. Pressato dai vertici del suo partito, che lo accusavano di non aver preso una posizione ferma sullo scontro in atto con Hamas, Marwan Barghuti, il leader più popolare di Fatah e «comandante dell'Intifada», dalla prigione israeliana dove sconta una condanna a cinque ergastoli, domenica sera è uscito allo scoperto condannando la presa del potere di Hamas a Gaza, e aggiungendo di temere che «la pugnalata alle spalle» inferta dal movimento islamico, possa ripetersi in Cisgiordania ["By building a network of settlements and a network of 'bypass' roads around all the Palestinian towns and villages, Israel has ensured effective control of the entire [area] – and of the lives of more than two million Palestinians who live there.". Amnesty International]. Barghuti peraltro ha dovuto dare pieno sostegno all'idea di elezioni anticipate nei Territori occupati, quale unica strada per uscire dalla crisi, proprio nel giorno in cui il presidente Abu Mazen ha annunciato una nuova legge elettorale volta a favorire il suo partito, il Fatah, che impone a ogni candidato di «rispettare il programma dell'Olp», organizzazione di cui non fa parte Hamas. Si tratta di una legge anti-democratica, perché vuole escludere una forza politica che gode di ampio consenso non solo a Gaza ma anche in Cisgiordania. Il gruppo dirigente di Fatah sogna il voto anticipato ma vuole esser sicuro di vincere e così la futura legge elettorale stabilisce che i cittadini saranno chiamati a esprimere la loro preferenza soltanto per le liste nazionali dei partiti e che sarà abolito il voto distrettuale. Tuttavia solo il Parlamento ha l'autorità di emendare la legge elettorale e visto che l'assemblea palestinese è dominata dai deputati della lista islamica, Abu Mazen non potrà che far uso continuo di decreti, compiendo abusi e violazioni della legalità.
Hamas non resta a guardare. A Gaza ormai è in atto quella che viene chiamata «la guerra della preghiera» e il movimento islamico ha deciso di vietare i riti all'aperto, dopo che per due venerdì consecutivi manifestanti di Fatah si sono riuniti per pregare all'esterno delle moschee - ufficialmente per non ascoltare i sermoni anti-Abu Mazen pronunciati dagli imam di Hamas - prima di dar vita a proteste, subito represse dalla Forza esecutiva di Hamas (venerdì scorso ci sono stati oltre venti feriti e decine di arresti). «Le preghiere pubbliche volute da Fatah non sono serie, comprendono un comportamento ridicolo da parte dei fedeli che non vengono per pregare ma per compiere disordini e violare la legge», ha spiegato Hamas in un comunicato. Salta all'occhio però il dato non secondario che proprio un movimento islamico ha vietato la libertà di preghiera in qualsiasi luogo che l'Islam garantisce al musulmano.

Intanto ieri sera a Ramallah, prima tappa del tour che lo porterà oggi in Egitto e domani in Israele, il ministro degli esteri Massimo D'Alema ha espresso il sostegno del governo italiano a quello che ha descritto come «lo sforzo che si va compiendo per aprire nuove prospettive di pace». D'Alema pur affermando la ricostituzione su «basi giuste» dell'unità nazionale palestinese, è stato chiaro nell'affermare che la sua visita è di aperto sostegno ad Abu Mazen e ha chiarito che la politica italiana verso Hamas non cambia, resta ancorata a quella europea e alle condizioni poste dal Quartetto, nonostante le timide aperture fatte nelle scorse settimane al movimento islamico dal Presidente del Consiglio Prodi.