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domenica 16 settembre 2007

Sazietà per un infame violenza, di cui ci s’ingozza fino alla nausea

Operazione Colomba, Agosto 2007. Un alto muretto a secco circolare, del diametro di 20 metri mi circonda, più distante sta un asino legato, completamente bianco, che rumina biada.
Badr un ragazzino di 10 anni munge una capra in un piccolo ovile tra altre capre e pecore. La scena è un po’ comica, Badr alza una gamba posteriore dell’animale e munge in un bidone da 3 litri pieno a metà.
L’espressione della capra non è cambiata, dritta, palpebre a metà, rumina qualcosa. La capra ondeggia, Badr grida e la batte sul dorso, ma registro che l’espressione della capra è identica.
Giusto per dare qualche coordinata, sono ai margini dei Territori Occupati o West Bank, più famigliarmente Palestina. Hebron è a qualche decina di km a nord, a sinistra con un modesto binocolo si vedrebbe il mar Morto, dietro le dune della Giordania, è la terra dei beduini.
Badr potrebbe essere figlio o nipote del pastore Kaled. Il pastore potrebbe avere molti meno anni di quanto ne dimostri. Ora è affaccendato, il mangime agli animali, tira l’acqua col secchio dal pozzo, sistema le lamiere che fanno l’ovile. In poco tempo la cena è servita da Reemah e dalla moglie di Kaled, a noi uomini, le donne mangeranno dopo. Pane appena cotto a forma di focacce, pomodori tagliati, uova sode, una specie di jocca ma molto più buona, l’immancabile ciotola con l’olio d’oliva.
Poco prima Kaled mi ha invitato a cena, in realtà stavo tornando da Abu Kalil, il pastore che mi ha ospitato l’altra notte. Un ragazzino viene a chiamarmi per la cena, alzati – dice – vieni con me. Kaled invece fa: no, sta seduto. A rafforzare il primo fronte si avvicina la seconda moglie di Abu Kalil, infine interviene anche la moglie di Kaled. Seguono pochi minuti di arabo concitato, ma il senso è chiaro. Sono indeciso sul da farsi, chiedere il menù alternativo mi pare troppo complicato. Con qualche gesto faccio segno che resterò da Kaled, dopo un po’ torna tutto come prima. Capisco Kaled, che ha insistito perché restassi a cena da lui.
Siamo stati tutto il pomeriggio vicini un tiro di sasso, lui con il gregge, io con un giallo trascinante in cerca di pietre da usare come sedili, con me la borsa dell’internazionale, acqua, macchina fotografica e videocamera pronti all’uso. Alcune ore prima John (un internazionale dell’EAPPI) ed io sotto il solleone abbiamo scorto Kaled e un altro pastore alle pendici di una collina, ci siamo divisi, a me è toccato Kaled.

Kaled era vicinissimo alla strada che porta alla stazione militare, una posizione rischiosa.

Naturalmente in altri tempi non sarebbero mai andati li, i soldati sicuramente li avrebbero fatti sgomberare puntandogli i fucili contro, ma da ieri i militari ci hanno visti per cui questa volta hanno lasciato stare, infatti oggi non si sono neppure affacciati. Chissà da quanto Kaled meditava questa sortita.
In realtà, la stazione militare è tre colline più avanti ma loro si sono allargati un poco e cacciano i pastori per kilometri tutt’intorno, riducendo di molto i pascoli disponibili. La terra è dei pastori da generazioni, ma questa è l’occupazione. Kaled si sente obbligato verso me e mi offre i prodotti del suo lavoro, devo dire molto buoni. Mi domando chi mi ha dato tanto potere, il potere di possedere un passaporto occidentale. I soldati mi possono chiedere i documenti, ma non possono fermarmi né arrestarmi.

Invece a Kaled, si. Il mio passaporto batte la carta d’identità di Kaled 10 a 1.

Ieri c’è stato un primo contatto con i soldati, tre internazionali armati di videocamere contro tre soldati con i fucili spianati. Li abbiamo fatti arretrare. Da allora, i pastori si sentono più forti, la cena ha saldato il debito.
Sono nel posto giusto, la mia permanenza in Palestina ha ragione d’essere, il cammino è ripreso, i dubbi iniziali sono evaporati.
Apprezzo il tè bollente e dolce che segna la fine del pasto, ora che il sole è dietro le colline più lontane coinvolgendo una miriadi di colori, comincia a rinfrescare. Devo tornare da Abu Kalil, dovrei spiegare di essere stato invitato e raccontare del pomeriggio ma probabilmente non farò nulla di tutto questo, la lingua è ancora una barriera.
Vedo che le parole scritte stanno diventando assai numerose, corro il rischio di stancare i miei fedeli lettori.
Per cui rimanderò le doverose introduzioni al messaggio che seguirà, più avanti trovate il salmo 123 con qualche commento. È il titolo di questo scritto.
Buona notte a Kadel, ad Abu Kalil, Badr e a tutti gli altri. Buona notte a tutti voi. Una buona notte anche ai soldati, domani si ricomincia.
Marty

Salmo 123
1 Canto delle ascensioni. Di Davide. A te levo i miei occhi, a te che abiti nei cieli.
2 Ecco, come gli occhi dei servi alla mano dei loro padroni; come gli occhi della schiava, alla mano della sua
padrona, così i nostri occhi sono rivolti al Signore nostro Dio, finché abbia pietà di noi.
3 Pietà di noi, Signore, pietà di noi, già troppo ci hanno colmato di scherni,
4 noi siamo troppo sazi degli scherni dei gaudenti, del disprezzo dei superbi.

Il pellegrino ha oramai Gerusalemme a portata di mano. Il primo versetto è densissimo. Dal salmo 122 il motivo della lode si è spostato da Gerusalemme a colui che abita nei cieli. Come se il contatto con Gerusalemme lo disturbasse. Ora che è cosi vicino, un senso di ripulsa lo assale.
La meta diventa motivo di sofferenza, addirittura di scandalo. Succede quello che è normale in ogni luogo di pellegrinaggio: chi viene da lontano, povero, devoto è subito trattato come un cliente da imbrogliare. Nel caso migliore viene deriso e ci si approfitta di lui.
Il viandante subito si accorge che il contesto non è in sintonia con l’intensa partecipazione interiore, la devozione che ha caratterizzato il viaggio. S’accorge di essere estraneo e che Gerusalemme è occupata.
La bella, l’eletta, la benedetta è inquinata! Gli ultimi 2 versetti riportano un grido, il pellegrino direbbe: “basta, non ne posso più”. Il salmo si era aperto con lo sguardo verso il Signore, ora l’implora di guardare perseguitati e persecutori. Fa comprendere che coloro che approfittano di Gerusalemme per i loro interessi non sono le sole fonti di disgusto. Il rigetto proviene anche da ciò che noi rispondiamo loro.
È sazietà per un infame violenza reciproca, di cui ci s’ingozza fino alla nausea.

lunedì 6 agosto 2007

Operazione Colomba. Ordinaria violenza terroristica

19 luglio, un caldo pazzesco. Torniamo dalle colline dopo tre ore con le pecore. Arriviamo a casa e cerchiamo di recuperare il sonno perso durante la notte: troppo caldo, troppe zanzare, troppi cani che abbaiano.

In villaggio c’è una comitiva di bambini di un campo estivo, cittadini di Hebron in visita alla campagna. Alle 12 i bambini vanno sulla strada principale in fila indiana e salgono su due pullmann. Ma i responsabili vengono bloccati da una jeep di soldati che passava di lì.

Vogliono controllare i permessi ed i veicoli, perché possono essere pericolosi… (per i coloni insediati illegalmente nella zona).

Noi corriamo sul posto e capiamo che i soldati (ventenni) avevano trovato su ogni pullman una seconda targa, gialla.

Qui ci sono due tipi di targhe: gialla per gli israeliani e per girare in Israele, verde per i palestinesi. I bus avevano targhe verdi avanti e sul retro, e due targhe gialle nel bagagliaio. Gli autisti hanno spiegato che per una compagnia di trasporti è normale, per poter viaggiare sia in Israele che in Palestina al bisogno. I soldati dicono di non essere competenti e di dover chiamare la polizia. Il leader del gruppo protesta, sa che la polizia non arriverà prima di un’ora, perché sa che quei soldati non chiameranno la polizia, ma il loro comandante, e sarà lui ..forse ..che chiamerà la polizia.

La cosa mi è sembrata subito molto paradossale: solo un mese fa gli stessi soldati semplici fermavano le automobili, controllavano le targhe comunicando via radio con l’ufficio, e decidevano se lasciarle andare o se strappare la targa... per vari motivi. Quindi l’esercito è più che competente in materia di targhe, se vuole.

Oramai erano passati più di quaranta minuti, la polizia non era ancora arrivata sulla strada. Quando sono i coloni a chiamare la polizia, arriva dopo 15 minuti… Gli 80 bambini stavano letteralmente cocendo dentro le lamiere dei pullman, fermi sotto il sole di mezzogiorno a più di 35 gradi. Noi continuiamo a chiedere ai soldati di portare acqua ai bambini. La basa militare più vicina è a soli 10 minuti. E’ loro dovere fornire acqua a chiunque venga detenuto temporaneamente.

Dopo un’ora è arrivata la polizia ma ancora niente acqua. Non volevano più nemmeno parlare con me, allora ho iniziato a fissarli negli occhi. Sono rimasta cinque minuti appiccicata al finestrino della loro jeep. La polizia intanto stava disquisendo con arroganza con gli autisti. Gli avrebbero fatto una multa per sosta vietata lungo la strada (entrambi i pullman erano fuori dalle righe perché il bordo strada è largo tre metri). Gli autisti hanno protestato: non sono stati loro a voler rimanere un’ora a bordo strada, sono stati costretti dall’esercito. No way.

Multa di 500€. Abbiamo chiamato i giornalisti ma quelli italiani non rispondevano. Ha risposto Amira Hass, era molto interessata, sta facendo una ricerca su come la polizia applichi multe molto più salate ai palestinesi rispetto agli israeliani.

Operazione Colomba. CorpoNonviolento di Pace. Associazione Comunità Giovanni XXIII

operazione.colomba@apg23.org - Tel./Fax 0541.29005 - sito: www.operazionecolomba.it