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domenica 23 settembre 2007

Delegation of the European Parliament’s Committee of Development to the Palestinian Territories

DEVE, 21/09/07. The delegation is deeply shocked by the unprecedented humanitarian crisis it witnessed in the Palestinian Territories. It urges the European Union to take immediate action to stop the collective punishment against the Palestinian people inflicted by the Israeli authorities which deprives them from building a viable economy, impedes the delivery of humanitarian assistance and the implementation of development aid projects. The delegation warns against the risk and unpredictable consequences of the current crisis, if the occupation does not end.

The Members of the delegation consider that the planned Middle-East Peace conference, to be held in November 2007 in New York, would represent an opportunity for achieving peace between Israelis and Palestinians providing that all relevant stakeholders are actively involved in the conduct of negotiations and in good-faith, resulting in a final agreement according to the UN Resolutions and the Arab initiatives.

In the meantime, it is essential that the Palestinian extremists groups stop any military action against the Israeli population. Israel has to remove the existing closure and check points, ensuring the freedom of movement for people and goods and refrain from any military actions against the Palestinian population.

The delegation visited agricultural projects, the Shifa hospital, the Director of the Coastal Municipalities Water Utility for the Palestinian National Authority. They also met with the Minister of Planning, the Mayor of Gaza, The Mayor of Hebron, several human rights activists, representatives of the civil society, businessmen, the Commissioner General of the United Nations Relief and Works Agency (UNRWA), and the United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs (OCHA).

It heard dramatic testimonies regarding the food security situation, the problems regarding water resources and energy supplies. Other important points raised were the Palestinians struggle for the right to basic education and health services, accompanied by a complete disruption of the economic life and suspension of development projects.

The constant deterioration of the situation in the Palestinian Territories pre-empts the conduct of a normal development policy and results in the high dependency on emergency aid. The delegation takes the view that in order to resume a sustainable economic activity, the removal of the political obstacles, and in particular the existing closures are essential.

The delegation considers the humanitarian crisis in Gaza to be of the highest urgency, and in this respect shares the views expressed by UNRWA; IMF and the World Bank Report. The economic, social and cultural life is disrupted. As the area is closed and goods can not be imported or exported, this brings the economy to collapse. The unemployment rate has risen sharply (currently around 70 %), most factories and shops are closed, and many families are unable to pay for basic commodities, even bread. The disposal of household waste is very intermittent giving further concern to the health of the population of the Gaza Strip. The water system is polluted which is a risk to babies and to all people. The NGOs denounced the suspension of development projects due to the closures, and the lack of construction materials. The scarce resources diminish the quality of medical care. The Gaza Strip and Hebron resemble ghost cities.

Deep concern was expressed about Israel’s decision to interrupt the provision of essential services, such as electricity and fuel to the Gaza Strip.

The delegation became very aware that the chance to have a lasting and just peace in the area through negotiations and agreements which will put an end to the military occupation and bring to the coexistence of two states in reciprocal security and defined borders can only be realised if the obstacles which makes daily life impossible for Palestinians (notably the construction of walls, the increasing number of settlements and the daily intrusion of the military in the West Bank), be removed now.


Mr Thijs Berman (PES, NL) Chair of the Delegation; Mr Ryszard Czarnecki (UEN, PL), Ms Margrete Auken (GREENS/EFA, DK), Ms Luisa Morgantini (Vice President of the European Parliament GUE/NGL, IT); Mr Kyriacos Triantaphyllides (GUE/NGL, CY), Chair of the EP delegation for relations with the Palestinian Legislative Council.

venerdì 21 settembre 2007

Luisa Morgantini da Gaza a Radio Vaticana: Le sanzioni di Israele contro Gaza preoccupano la comunità internazionale


Radio Vaticana, 20/09/07. Israele proclama l'intera Striscia di Gaza "entità nemica" e annuncia un piano di sanzioni economiche per il milione e mezzo di persone che vi abitano. Tel Aviv parla di reazione al lancio di razzi Qassam da parte di miliziani palestinesi. Le forniture di carburante ed energia verranno ridotte, le frontiere chiuse a persone e merci. Il segretario di Stato americano Condoleezza Rice, giunta oggi in Israele per preparare la conferenza internazionale di pace che gli Stati Uniti hanno convocato per novembre a Washington, ha detto che le sanzioni non agevolano il dialogo e ha precisato che "per il governo degli Stati Uniti l'entità nemica è Hamas". Da parte sua, Hamas fa sapere che il provvedimento di Israele "equivale a una dichiarazione di guerra". Il presidente palestinese Abbas, parla di "punizione arbitraria". Interviene anche il Segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon per dirsi "molto preoccupato" per la decisione del governo israeliano. Padre Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, sottolinea che questo tipo di decisioni "non porta soluzioni ma solo nuovi problemi a una popolazione palestinese stremata". Intanto un ragazzo palestinese è stato ucciso nel corso di un'incursione dell'esercito israeliano nei pressi del campo profughi di El Burej, nel centro della striscia di Gaza. E proprio a Gaza in questo momento c'è una delegazione del Parlamento europeo, che ha già fatto tappa a Gerusalemme e in Cisgiordania. Una missione sullo stato attuale dei progetti europei e l'efficacia degli aiuti. Fausta Speranza ha raggiunto a Gaza la vicepresidente del Parlamento europeo, Luisa Morgantini, e le ha chiesto innanzitutto una reazione all'annuncio di Israele:
R. – Noi da sempre sosteniamo che è indispensabile e necessario che vengano applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite, che vuol dire la fine dell'occupazione militare israeliana della Cisgiordania e Gaza. Come parlamentari europei ci auguriamo davvero che i palestinesi possano trovare una soluzione al loro interno e trovare un'unità politica e territoriale. Qui diciamo che questa dichiarazione, fatta da Israele, è davvero una minaccia e soprattutto, è assolutamente una formula nuova anche nella legalità internazionale. Le dichiarazioni – per esempio – di voler bloccare l'elettricità e il combustibile rappresentano una punizione collettiva ad un milione e mezzo di persone che già vive strangolata, perché in realtà Gaza è una gabbia in cui nessuno o pochissimi possono entrare ed uscire. Ci sono centinaia di persone malate che devono andare a curarsi in Egitto e non possono uscire; ci sono 600 studenti che hanno avuto scholarship internazionali e perdono scholarship e borse di studio ... Io credo che la comunità internazionale dovrebbe veramente intervenire! Certo, bisogna assolutamente bloccare i lanci di razzi che cadono su Sderot, ma sinceramente Israele sta continuando non soltanto a Gaza ma anche nella Westbank, a fare incursioni militari... A Gaza sono prigionieri, ma anche nella Westbank, dove ci sono più di 600 check-point con soldati e i palestinesi sono chiusi dentro le loro città. O dal muro o dai check-point.
D. – Onorevole Morgantini, quanto è lontana nella percezione della gente, lì, la prospettiva della Conferenza che gli Stati Uniti stanno preparando per il Medio Oriente a novembre?
R. – E' molto lontana! Nessuno crede, in realtà, a questa ipotesi. Se non vedono dei cambiamenti adesso, se non vedono sinceramente cambiare le loro condizioni di vita, vedono la conferenza di novembre come un'altra illusione e infatti ci sono centinaia di giovani israeliani, e non soltanto giovani, che insieme ai palestinesi – per esempio – manifestano da più di tre anni pacificamente, in modo non violento, a Bil'in, dove vi è un muro che toglie al villaggio di Bil'in il 65 per cento della terra ...
D. – Che cosa ci dice degli altri posti visitati dalla vostra delegazione in questi giorni?
R. – In questo momento sono a Gaza e devo dire qualcosa dell'ospedale Shiffat: è desolante vedere questa città che sembra una città deserta. Ieri siamo stati a Hebron e abbiamo visto il risultato di avere all'interno di quella città un insediamento di ortodossi israeliani che praticamente occupano il centro della città: hanno reso il centro di Hebron – un centro storico straordinario – praticamente deserto. Più di mille negozi palestinesi hanno dovuto chiudere per la presenza dei coloni, hanno dovuto abbandonare il centro. Abbiamo visto poi a Ramallah e a Betlemme le tragiche conseguenze del muro che viene costruito da Israele e che, anche se può aver sicuramente bloccato qualche attentato, è un muro in realtà di pura annessione coloniale. E' un muro che divide palestinesi da palestinesi: abbiamo visto il muro attraversare cortili di case ...

lunedì 3 settembre 2007

Bambini di Gaza, l'oltraggio dopo la tragedia. Per loro non ci sarà mai nessun colpevole

Luisa Morgantini Vice Presidente del Parlamento Europeo, Liberazione, 02/09/07. "Troppo tardi per fermare il fuoco''. I tre bambini palestinesi uccisi martedì scorso sono morti dopo che un'unità di terra dell'esercito israeliano ha sparato sostenendo di mirare contro le postazioni di lancio di razzi nei pressi di Beit Hanoun. Avevano tra i 10 e i 12 anni e stavano solo giocando. Oggi Israele ammette l'errore, ma per due giorni ha accusato i miliziani palestinesi di utilizzare i minori come scudi umani a difesa dei lanciatori di Qassam. Invece non è così: sono vittime innocenti. Vittime dell'occupazione e dell'arbitrarietà di Israele, come tantissime altre: dal 2000 ad oggi oltre 800 bambini palestinesi sono stati uccisi dall'esercito israeliano. Per la maggior parte di queste morti non si troverà mai un responsabile: l'oltraggio dopo la tragedia. Le inchieste, spesso, quando ci sono, sono ostacolate con ogni mezzo o vengono insabbiate per garantire un'arrogante impunità all'esercito israeliano, ammazzando una seconda volta quei bambini e rinnovando il dolore di madri, di padri e di tutto il popolo palestinese che assistono impotenti alla distruzione di ogni senso di giustizia e della speranza di dare un volto a chi ha ucciso e continua ad uccidere. Purtroppo la Comunità Internazionale continua a tacere. Non un gesto né una parola sulle morti di civili, donne e bambini in primis, non un'azione efficace per intimare una volta per tutte al Governo israeliano di porre fine a 40 anni di occupazione militare, non una concreta volontà politica di far rispettare la legalità internazionale e far cessare 60 anni di nakba. L'Unione Europea si allinea un po' per ignavia e molto per pressioni su questa linea di silenzio e di conseguente complicità. Credo che gli incontri di Ehud Olmert e Mahmoud Abbas e il dialogo avviato sulle questioni fondamentali per la creazione di due Stati, autonomi e sovrani, siano certamente positivi e debbano continuare. Ma le politiche del Governo israeliano non dimostrano con i fatti la volontà di lavorare per la giustizia e per la pace, continuando invece a costruire il muro dell'Apartheid, a praticare uccisioni mirate, che tanto mirate non sono, la chiusura dei check point, gli arresti arbitrari, la confisca delle terre e la distruzione di tutto e tutti causata dall'occupazione militare, mentre la bandiera palestinese, simbolo della lotta di un popolo per l'indipendenza, è sempre più spesso sostituita da quelle di Hamas e Fatah, con il popolo palestinese che rischia di rimanere sempre più diviso.

Le inchieste, spesso, quando ci sono, sono ostacolate con ogni mezzo o vengono insabbiate per garantire un'arrogante impunità all'esercito israeliano, ammazzando una seconda volta quei bambini e rinnovando il dolore di madri, di padri e di tutto il popolo palestinese che assistono impotenti alla distruzione di ogni senso di giustizia e della speranza di dare un volto a chi ha ucciso e continua ad uccidere.
Come per Abir, 11 anni, figlia di Bassam Aramin, -ex prigioniero politico e ora membro dei Combattenti per la pace, organizzazione di ex attivisti palestinesi e di ex soldati israeliani- assassinata, lo scorso 8 febbraio, da un proiettile che l'ha colpita alla testa, mentre usciva dalla scuola di Anata, Gerusalemme Est. Per le autorità israeliane, smentite dalle evidenze e dagli esami medici, non è sicuro che la bimba sia stata uccisa da un proiettile o da una pietra.

Quelle famiglie in lutto si aggrappano allora disperatamente alla memoria del figlio perduto, ma la povertà di Gaza è tale che spesso non si possiedono videocamere o macchine fotografiche per documentare. Non ci sono filmini che riprendono i primi passi di Yahya Ramdan Abu Ghazala, 10 anni, né di Mahmoud Abu Ghazala, 12 anni, e neanche della cugina Sara, 10 anni. Non ci sono foto digitali scaricate sul computer o sui telefonini ad alleviare -se possibile- lo strazio delle madri. A loro rimangono spesso le immagini immortalate dai fotoreporter di Gaza a tragedia conclusa, quando i corpi dei figli sono già senza vita e i volti ricoperti di sangue. Gaza non è una prigione -come siamo soliti definirla- perché il milione e mezzo di persone che la abitano non sono dei criminali in attesa di scontare una pena, sebbene vengano punite collettivamente e ingiustamente, ma una gabbia senza ossigeno né risorse per la popolazione civile che solo di rado e discrezionalmente viene aperta per introdurre cibo e aiuti sufficienti appena a non farla morire di fame.
La Conferenza Internazionale Onu della Società civile in sostegno della pace israelo-palestinese, ospitata dal Parlamento europeo di Bruxelles il 30 e il 31 agosto, ha suscitato polemiche e una protesta formale da parte delle Autorità israeliane e di alcuni deputati. Ma la Conferenza alla fine si è tenuta ed è stato un importante esempio di democrazia dal basso e partecipazione, in cui associazioni, sindacati, deputati e molti rappresentanti della società civile hanno ribadito il bisogno di una lotta comune per il rispetto della legalità internazionale e ricordato all'Europa e alla Comunità Internazionale che il rispetto dei diritti umani non può e non deve rimanere solo lettera morta.
*Vice Presidente del Parlamento Europeo

domenica 2 settembre 2007

«Boicottaggio», e la conferenza Onu fa infuriare Israele

Michelangelo Cocco, il manifesto, 01/09/07. Parole proibite L'editorialista di Ha'aretz parla di apartheid: escluso dall'incontro della Federazione sionista Società civile Alcune associazioni chiedono di isolare lo stato ebraico affinché rispetti i diritti palestinesi. La partecipazione di uno dei più noti giornalisti israeliani alla conferenza annuale della Federazione sionista (Zf) cancellata. Proteste delle autorità di Tel Aviv contro le Nazioni Unite e l'Unione europea, «colpevoli» di aver organizzato un incontro «di virulenta propaganda anti-israeliana». Alcune richieste di «boicottaggio» contro «l'apartheid in Israele» e un forte appello al rispetto della legalità internazionale pronunciati ieri al termine della due giorni di dibattito promossa a Bruxelles dal Comitato per l'esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese (un organismo dell'Onu) hanno fatto infuriare le autorità di Tel Aviv.
Danny Rubinstein, editorialista del quotidiano Ha'aretz, non parteciperà alla riunione della Federazione sionista, «I 60 anni d'Israele», in svolgimento in questi giorni a Londra. Rubinstein a Bruxelles ha dichiarato che «Israele oggi è uno stato d'apartheid con quattro diversi gruppi palestinesi: quelli di Gaza, di Gerusalemme est, della Cisgiordania e i palestinesi d'Israele, ognuno dei quali con uno status differente». Il riferimento è alle discriminazioni - sui diritti di cittadinanza, istruzione e sanità tra gli altri - che i palestinesi, tutti soggetti all'autorità israeliana, subiscono in maniera diversa a seconda del luogo di residenza.
Andrew Balcombe, presidente della Zf, ha commentato che «criticare la politica d'Israele è accettabile. Ma utilizzando la parola apartheid in una conferenza dell'Onu ospitata dal Parlamento europeo, Rubinstein incoraggia la demonizzazione di Israele e del popolo ebraico». «È criticabile che un organismo dell'Onu e specialmente il Parlamento europeo abbiano deciso di partecipare a un simile evento», ha protestato con un comunicato la delegazione israeliana presso l'Unione europea. Per il Centro Wiesenthal «l'evento ha permesso la promozione della campagna per il boicottaggio e le sanzioni», la tattica invocata da parte della società civile - palestinese, israeliana e internazionale - per la risoluzione del conflitto.
Non è d'accordo Luisa Morgantini, vice presidente dell'Europarlamento, che al telefono da Bruxelles dichiara al manifesto che «quello sul boicottaggio rappresenta solo uno dei punti toccati del documento finale approvato dal Comitato». «Ma il risultato della discussione - continua Morgantini - è stato soprattutto un forte appello alla Comunità internazionale per il rispetto del diritto internazionale, costantemente violato da Israele».
L'eurodeputata eletta come indipendente nelle liste di Rifondazione comunista fa riferimento in particolare al Trattato di associazione tra Israele e Unione europea che prevede (all'articolo 2), in caso di mancato rispetto dei diritti umani, la possibilità sospensione dell'associazione.
A Bruxelles c'è stato chi però, come la deputata britannica Clare Short, la campagna internazionale Stop the wall, l'associazione palestinese per i rifugiati Badil, l'associazione giovani palestinesi Wael Zuaiter di Roma e altri, ha posto l'accento proprio sulla campagna di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni (Bds), l'insieme di azioni concrete che - sull'esempio della lotta vittoriosa contro l'ex regime segregazionista sudafricano - nelle intenzioni dei loro promotori potrebbero costringere lo Stato ebraico a rispettare i diritti dei palestinesi, primo tra tutti quello a ottenere uno stato.
Le associazioni della società civile, anche quelle che, come Machsom Watch, non fanno appello al boicottaggio, puntano tutto sulle campagne per i diritti dei palestinesi, che a loro parere i partiti - quelli israeliani che non vogliono negoziare e quelli palestinesi in lotta tra loro - non s'impegnano a garantire. Il gruppo di donne israeliane che monitora i check point ha portato all'incontro di Bruxelles un video che mostra «come quello dei posti di blocco - spiega al manifesto da Gerusalemme Roni Hammermann - rappresenti ormai solo la punta di un iceberg».
«La vita dei palestinesi - continua Hammermann - è regolata da un sistema di permessi dalle autorità d'occupazione. Possono spendere fino a metà della propria vita negli uffici, alla ricerca di un permesso per garantirsi il diritto alla mobilità».